Sono passati 15 anni e nel mondo pallonaro messinese sembra un'eternità: dalla promozione in Serie A, era il 5 giugno 2004, all'attuale e assoluta incertezza di oggi, c'è un abisso che appare incolmabile. E forse lo è davvero, ma il ricordo di quella giornata resta indelebile: ce lo ha raccontato Giuseppe Sofia, cresciuto tra i colori giallorossi e, come tutti, nella speranza di un nuovo, vero, inizio.
Qual è stato il giorno più bello della tua vita?
- Il 5 giugno 2004.
Ogni qual volta che mi si pone questa domanda, non ho dubbi su che risposta fornire.
Se non c’eri, le mie parole difficilmente ti toccheranno. Se quella notte non sei stato dentro quello stadio, non capirai mai cosa abbiamo provato. No, non è retorica. Forse perché avevo 10 anni, forse perché se ci penso oggi mi si aggroviglia lo stomaco e a stento trattengo le lacrime. Forse perché so che mai rivivrò qualcosa di simile. La magia del calcio, unita all’innocenza di un bambino, crea qualcosa di duro, di solido, che neppure 15 anni di umiliazioni sono in grado di scalfire.
“Domani mattina niente scuola, ci faremo un giro per la città per vedere ogni quartiere dipinto di giallorosso”. Io e mio fratello ci guardammo increduli e ancora oggi, quando ne parliamo, ridiamo. Mio padre non ci fece saltare mai un giorno di scuola, figurarsi per una partita. Ma quello non era un giorno come tutti gli altri e quella non era solo una partita.
Tutti i pali della luce della luce rossi della litoranea furono dipinti per metà di giallo. Le cabine telefoniche - sì, parliamo di un tempo in cui ancora esistevano - avevano i riporti rossi e, chiaramente, neppure loro furono risparmiate. Nella pista ciclabile - anch’essa di asfalto rosso - le linee divisorie fra una corsia e l’altra, da bianche diventarono gialle, per 7 chilometri. Panchine, ringhiere, marciapiedi, strisce pedonali, ogni cosa portava i colori della città. Le bandiere sventolavano fiere su tutti i balconi. Per un bambino innamorato della propria squadra, uno spettacolo più bello non era pensabile. Mio padre guidava lentamente, io e mio fratello con la testa fuori dal finestrino ammiravamo tutto questo. Tornammo a casa per l’ora di pranzo con due bandiere e due magliette, una per uno. Dopo mangiato papà ci disse “dormite un po’ che stasera faremo tardi”. Chiaramente eravamo troppo eccitati per farlo. Non riuscivamo a dormire perché sognavamo ad occhi aperti. Già con le magliette addosso e le sciarpe al collo, immaginavamo i gol ed ipotizzavamo i marcatori.
Alle 16 uscimmo di casa, un’ora dopo eravamo dentro un Giovanni Celeste stracolmo, sebbene il calcio di inizio fosse previsto per 20:45. Non riuscivamo a capire come sarebbe entrata tutta quella gente, in coda ai cancelli c’erano più persone di quante non occupassero già gli spalti. Nessuno voleva mancare a quell’appuntamento. Quella notte era la nostra notte.
Puntuale come un orologio svizzero, Pierluigi Collina fischia l’inizio del match. Dopo un quarto d’ora il Messina è già in vantaggio: Di Napoli segna, la gente impazzisce, io scoppio a piangere. Piango a dirotto, mio fratello mi salta addosso, un gruppo di sconosciuti mi lancia in aria in segno di trionfo, tutti sono in estasi. Non passano neppure dieci minuti e stiamo 2-0, nel secondo tempo, poi, un missile di Parisi chiude definitivamente i conti. Collina fischia tre volte, il boato è assordante e i fuochi d’artificio si librano verso l’alto illuminando il cielo notturno dello stretto. Mio zio - nella tribuna di fronte a noi -estrae spumante e bicchieri dalla borsa e frigo: è festa e occorre brindare. I caroselli insisteranno fino all’alba del giorno dopo. Non avevo mai visto così tanta gente per le strade e mai più la rividi.
Il 5 giugno 2004 è il giorno più bello della mia vita. Tutto il resto è noia.
Autore: MNP Redazione / Twitter: @menelpallone
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