Acr Messina, il silenzio dei colpevoli: nessun alibi, nessun bluff

La sconfitta di Palmi deve segnare il punto di non ritorno per la gestione Sciotto. Occorre mettere un punto per togliere gli alibi a tutti e iniziare la difficile strada verso un futuro migliore
26.11.2018 09:30 di Davide Mangiapane Twitter:    Vedi letture
I tifosi del Messina a Palmi
I tifosi del Messina a Palmi

Gli dei del calcio sono capricciosi, più di quelli che popolavano l’Olimpo e, purtroppo, si sono sbizzarriti nei confronti del Messina, o, per meglio dire, hanno deciso di focalizzare i loro strali su tutte quelle società che hanno deciso di utilizzare, in varie forme, l’acronimo ACR accanto a quello della città dello Stretto. La sconfitta subita sul campo della Palmese segue quelle patite contro Bari, Igea Virtus, Acireale, Turris, Città di Messina, Portici e, quasi certamente, rappresenta il punto di non ritorno per il progetto “Rilancio” varato a fine luglio 2017 da Pietro Sciotto, ma mai entrato nel cuore dei tifosi giallorossi.

Il risultato maturato in Calabria è bugiardo nella sua severità, perché comunque gli uomini di Biagioni prevalgono in uno sterile possesso palla, colgono due pali e confezionano diverse occasioni da rete, ma il calcio non è la boxe, la vittoria dipende da tante caratteristiche, tra cui l’agonismo, la tecnica e l’orgoglio spiccano per la loro importanza, ma si tratta di doti assenti in una rosa composta da qualche presunta primadonna, diversi giovani orfani di una guida e messa in campo da un tecnico gettato in mezzo ad una realtà troppo complessa da gestire, almeno per lui.

Il mese di novembre che avrebbe dovuto aprire prospettive positive, con ben 4 gare da disputare in casa e la sola mini trasferta di Palmi, si sta trasformando probabilmente, nel tramonto di questo ennesimo infruttuoso tentativo di fare calcio a Messina. Inutile valutare i singoli, mentre, forse, è giunto il tempo che il Presidente Sciotto consideri seriamente l’ipotesi di chiudere il sipario, consegnando la squadra al Sindaco o a persona che ritiene in grado di potere gestire, prima possibile, il passaggio ad una nuova proprietà o la definitiva liquidazione.

Solo così, almeno, si solleverebbe il velo sulla ipocrisia di una città che ha dimostrato di non amare davvero il calcio, o almeno non tanto da mettere da parte le chiacchiere, le divisioni di bottega e lavorare per costruire, finalmente, un progetto sportivo di livello superiore ad una dignitosa Serie D.

Una città che resta in silenzio, preferendo prendere di mira Sciotto, ideale capro espiatorio delle omissioni di tutti questi anni.

Il silenzio di chi oggi potrebbe intervenire avendo le risorse finanziarie e le competenze manageriali, ma, come a luglio 2017, o nel 2008 o nel 1993, continua a restare inerte, senza spostare il portafoglio per sentire i battiti del proprio cuore o per utilizzare le proprie capacità in una impresa diversa da quelle senza rischio cui è abituato. Quelli per cui “è inutile mettere soldi in una società fallita”, oppure “tanto il calcio non tira più”, o, infine, “non è questo il mio modo di fare calcio”.

Il silenzio di tutti coloro i quali non vanno più allo stadio dai tempi della prima Serie A, delusi dalla mancata partecipazione alla Coppa Uefa, unica gratificazione seria al loro censo di tifosi abituati a seguire, dal vivo e con costi esorbitanti, solo chi vince scudetti o lotta per la supremazia mondiale.

Il silenzio di tutti i sindaci alternatisi a Palazzo Zanca da almeno dieci anni, nessuno dei quali ha mai mosso un dito per creare le condizioni che impedissero gestioni a volte oltre il delinquenziale e, nelle migliori delle ipotesi, totalmente inadeguate anche a compiti minimi come il mantenimento di un campionato dilettantistico. Una esigenza sentita da tanti altri primi cittadini in comuni anche più piccoli del nostro, dove, evidentemente, chi ricopriva quelle cariche aveva frequentato gli stadi della propria squadra locale, abitudine sconosciuta a chi fa politica dalle nostre parti.

Di fronte a questi silenzi, citati alla rinfusa, ecco che assume un peso molto relativo il silenzio stampa imposto ai tesserati di una società calcistica che ha distribuito ruoli, ma senza creare una vera organizzazione, oppure quello dei tifosi che, al “Lopresti”, hanno voltato le spalle ai calciatori a fine partita.

Una volta si sarebbe urlato che la casa stava bruciando, ma a Messina, purtroppo non solo nel calcio, non esiste nemmeno una casa, ma tante piccole capanne con un orticello minuscolo in cui non c’è nemmeno il cibo sufficiente per sopravvivere.

Sarebbe il caso di comprendere, finalmente, se, a Messina, ha ancora un senso riconoscersi in una squadra di calcio che porta il nome della propria città e cercare le ragioni per lavorare insieme all’obiettivo unico di ottenere risultati, uscire dall'anonimato del dilettantismo, ritrovare il piacere di essere una comunità, almeno nel pallone, e riaccendere quella passione sempre più sepolta nei nostri ricordi più lontani, legata non solo alle vittorie, ma anche alla compassione che ci consentiva di vivere e superare le sconfitte più brucianti pensando che, comunque, ci sarebbe stato un nuovo campionato in cui potere avere la rivincita. 

Forse solo un segnale forte, un gesto di impatto da parte del presidente Sciotto, in questo momento, potrebbe dare la scossa giusta per costruire qualcosa avendo anche il tempo di recuperare una stagione che appare buttata via, ma, comunque, servirebbe per togliere alibi a tutti e smetterla, una volta per tutte, di continuare a scavare dopo avere toccato il fondo.