Igea Virtus-Messina, una sconfitta con tanto veleno

L'Acr messa sotto dai barcellonesi preoccupa per l'assenza assoluta di un'idea di squadra, per l'atteggiamento remissivo e per una condizione indecente. Mortificata la passione dei 500 tifosi presenti
24.09.2018 09:30 di Davide Mangiapane Twitter:   articolo letto 2062 volte
Igea Virtus-Messina, una sconfitta con tanto veleno

Siamo alle solite in casa Acr Messina, dopo un avvio di campionato che sembra ricalcare in fotocopia, anzi peggiorare, quello vissuto dodici mesi orsono, quando la creatura del Presidente Sciotto, appena nata, beccava altrettante sconfitte nei primi due turni della serie D, occupando, allora come oggi, un malinconico ultimo posto in graduatoria. Brucia tantissimo il 3-0 subito al “D’Alcontres” contro una Igea Virtus che sembrava essere destinata al ruolo di Cenerentola e, invece, supera in carrozza la rappresentante del capoluogo, mettendosi, addirittura, sulla scia del Bari, già capolista solitario dopo 180’. Sul banco degli imputati sale mister Infantino (voto 4), incapace di gestire il gruppo, di dargli una guida morale prima ancora che tattica, ed ormai in preda alla più totale confusione. L’immagine finale dell’allenatore del Messina che si incammina verso gli spogliatoi senza nemmeno incrociare lo sguardo dei calciatori, invitati da Arcidiacono e Gambino ad affrontare la contestazione dei tifosi, è emblematica di uno scollamento fin qui mascherato dalle due vittorie in Coppa Italia e dalla manifestazione di potenza subita contro il Bari. Urge una decisione da parte della società, per non dare alibi ad una rosa costruita in tempi biblici, con diversi elementi di nome, ma senza guardare alla necessità di amalgamare la squadra lavorando in ritiro sia sul piano fisico che su quello mentale, mettendo insieme  25 giocatori praticamente a rate e sotto la guida di due allenatori, con il risultato di non avere, al 23 settembre, nemmeno il barlume di un collettivo capace di essere competitivo in serie D.

La cartina di tornasole dell’Igea Virtus ha dato un esito devastante, mettendo in serio imbarazzo Sciotto, il dg Manfredi, il ds Polenta e tutto l’organigramma societario, che non si aspettava minimamente di andare sotto contro la banda di ragazzini guidata da mister Carmelo Mancuso. L’ex terzino dell’Acr Messina (quello autentico) negli anni 80 merita un 8 pieno perché ha il merito indiscutibile di non avere mollato alle prime difficoltà stagionali, con una società che non fa mistero di operare con risorse limitate da un punto di vista finanziario, ma è riuscita a pescare alcuni elementi già pronti ad entrare in campo per caratteristiche fisiche e caratteriali. I barcellonesi schierano 5 under dal 1’, ricorrendo a calciatori provenienti dalle serie inferiori, che, però, ci mettono l’anima, seguono le indicazione del loro allenatore e, alla fine, possono festeggiare mentre i più titolati avversari portano a casa zero punti. I padroni di casa meritano tutti una valutazione minima di 7, con alcune punte rappresentate dal goleador Miuccio (8), classe 2000, fortunato sul primo gol e furbo nel raddoppio, dal centravanti Busatta (8), lottatore generoso per tutti i 90’, dal centrocampista Grosso (8), uscito stremato solo allo scadere, e, dulcis in fundo, dalla sorpresa Akrapovic (8), che veste i panni del leader e gioca una partita sembrando Manfred Kaltz, terzino fluidificante della Germania Ovest vice campione del Mondo nel 1982. Il pupillo di capitan Stracuzzi si era perso in Eccellenza al Castrovillari, non aveva incantato qualche settimana fa nell’apparizione di Coppa al S. Filippo, ma nel torrido pomeriggio barcellonese sfodera una prestazione in cui presidia la sua zona di competenza, si proietta sempre con giudizio in avanti e si incarica della battuta di tutti i calci da fermo, creando sempre pericoli.

Esaurito il doveroso omaggio ai vincitori, passiamo alle dolenti note, partendo dalla considerazione che non tutte le responsabilità di questa debacle devono essere addossate al capro espiatorio Infantino, tra l’altro l’unico a metterci la faccia, dopo questa figura barbina, davanti a microfoni e telecamere nella precaria quanto torrida sauna che funge da sala stampa nei sotterranei del “D’Alcontres”.

Il portiere Meo (5,5) torna dopo una lunga assenza dai radar e non ha colpe particolari sui gol subiti, causati da altrettanti svarioni dei suoi compagni. Sul primo, infatti, manca la cattiveria necessaria ad anticipare l’attaccante avversario sul cross leggibile di Akrapovic, nel secondo, invece, prima il buco di Porcaro e poi la dabbenaggine di Cossentino servono a Miuccio la palla comoda per battere a rete, mentre l’ultima stilettata al cuore dei tifosi biancoscudati scaturisce dall’atteggiamento troppo passivo dell’intera squadra. Dei tre difensori schierati da Infantino, solo Mbaye Ba riesce a sfangare un 5,5, mentre Porcaro e Cossentino prendono un secco 4 che scaturisce dal riconoscimento delle loro potenzialità, vanificate da errori marchiani di attenzione, fino alla sofferenza con la quale si approcciano a tale Alessio Busatta da Vicenza, 20 anni e poche presenze in D, che, al loro cospetto, sembra Ibrahimovic. Il modulo preferito da mister Infantino prevede poi quattro centrocampisti in linea, ma, tra quelli messi in campo a Barcellona, l’unico che occupa il proprio ruolo è Kevin Biondi (6,5), non a caso tra i pochi a non sfigurare, assieme a Cocimano (6,5), costretto, per l’assoluta mancanza di equilibrio della squadra, a fare tutta la fascia dividendosi tra il compito di terzino e quello di uomo più pericoloso per il portiere avversario, visto che è lui a colpire la traversa ed a sfiorare il palo nel primo tempo. Biancola (5,5) inizia bene sulla destra, poi patisce le incursioni di Akrapovic e Le Piane e viene sostituito in avvio ripresa da Sarcone, che si perde nella confusione generale e poi esce dal campo in ambulanza per una sospetta lussazione del malleolo. E veniamo all’oggetto misterioso Genevier (4), palesemente fuori condizione, fuori contesto, fuori dalla gara, ma rimasto in campo per tutti i quasi 100 minuti concessi dal signor Scarpa di Collegno. Il francese non c’entra assolutamente nulla con il modulo prediletto dal tecnico del Messina, per caratteristiche fisiche e tecniche e costituisce uno degli enigmi più complicati da risolvere per fare diventare credibile questa squadra. Un discorso particolare spetta al reparto avanzato, con Rabbeni (5) schierato all’inizio come centravanti, capace di togliere ad Arcidiacono un tiro facile al 18’ e poi non riuscire a cavare un ragno dal buco, Petrilli (5) malinconicamente caracollante per il campo senza una collocazione e il mitico “Biccio” (5) costretto a cercare spazi senza avere nelle gambe lo spunto indispensabile per poter esplodere. La buona volontà di Gambino (5) non basta nel marasma generale di una ripresa nella quale il Messina dura solo una decina di minuti, finendo per consegnarsi alla sconfitta senza colpo ferire.

Non sorprende neppure l’assenza di apporto dai cambi, vista l’assoluta latitanza di convinzione in questo gruppo, espressione di una piazza ormai quasi assuefatta alle delusioni, che stenta a comprendere realmente l’abisso in cui è sprofondata per ragioni non dipendenti solo dalle capacità delle proprietà societarie alternatisi nell’ultimo decennio. E, fino a quando non si capirà che occorre lavorare duramente per costruirsi un futuro, sarà difficile anche solo sognare una realtà diversa.