Il Messina umiliato dal FC, ad un bivio vitale per il proprio futuro

La pesante sconfitta contro il Football Club porta alle dimissioni dello staff tecnico- dirigenziale, ma chi va in campo non ha nessun alibi
04.11.2019 09:30 di Davide Mangiapane Twitter:    Vedi letture
Foto Giovanni Isolino
Foto Giovanni Isolino

La “partita che non esiste”, il “derby non derby”, la “stracittadina più sfigata del mondo” , diventa il bivio che divide definitivamente le strade delle due squadre cittadine, attualmente appaiate in classifica a 14 punti, tre lunghezze di distanza da quel quinto posto che significa zona playoff, un obiettivo ancora troppo lontano da mettere nel mirino, se consideriamo che non siamo giunti nemmeno ad un terzo del cammino stagionale. Tralasciando la settimana della vigilia e l’atmosfera inusuale di una sfida tra concittadini divisi dall’odio verso capri espiatori o figure scelte per giustificare l’inesistenza di un senso comune di appartenenza, seppure solo nel pallone, la partita tra Associazione Calcio Riunite e Football Club, le denominazioni del calcio messinese in serie A, sortisce il risultato più logico guardando esclusivamente all’aspetto tecnico e la considerazione più paradossale viene dal fatto che la panchina in discussione fosse quella di Costantino, mentre l’ambiente biancoscudato sembrava avere trovato compattezza attorno alla società ed alla dirigenza. Invece, nella prima metà del secondo tempo, Dambros e Carbonaro confezionano tre gol, il Football Club dilaga sulle spoglie di una squadra mai nata e si finisce tra gli olè dei circa trecento tifosi “ospiti”, in una tribuna A piena per meno di tre quarti, con i sorrisi di soddisfazione e scherno verso chi, invece, continua a sostenere il Messina creato ad agosto 2017 da Pietro Sciotto per partecipare al bando comunale ed usufruire della possibilità data alla città dalla Figc di ripartire dalla serie D, dopo l’ennesima scomparsa di una squadra cittadina dal panorama calcistico professionistico.

Fare una valutazione del Messina schierato da Pasquale Rando in questa partita potrebbe essere superfluo, ma, invece, vale la pena sottolineare che, pur nello squallore e nella miseria degli ultimi 12 campionati, raramente abbiamo assistito a una versione della principale squadra cittadina così mediocre e priva di spina dorsale, senza considerare gli aspetti tecnici. Calciatori con un curriculum che recita centinaia di presenze in C o in D incapaci di controllare un pallone oppure fare un appoggio al compagno distante due metri, nessuna reazione ai gol subiti, nemmeno nervosa, e una passiva accettazione dell’andamento della gara, fatta eccezione per un attacco rabbioso immediatamente dopo l’1-0, con la palla persa, rilanciata in avanti dagli azzurri e trasformata in oro dalla ripartenza spietata di Carbonaro per il raddoppio che ha chiuso la contesa dopo 8 minuti della ripresa.

Solo Avella merita la sufficienza, incolpevole sui tre gol e autore di qualche intervento decisivo per evitare la goleada, mentre De Meio e Fragapane sono stati i punti deboli sui quali gli uomini di Costantino hanno potuto appoggiarsi per fare leva su uno schieramento difensivo completato da Giordano e Ungaro, sistematicamente in difficoltà contro le folate degli avanti avversari. Ancora una volta prestazione mediocre della linea di centrocampo, in cui Saverino, Ott Vale e Cristiani sembrano avere sempre una marcia in meno degli avversari e, soprattutto i due elementi più esperti, vivono una fase involutiva difficilmente spiegabile solo con la condizione precaria. Attacco semplicemente e desolatamente latitante durante tutti i 90’, specialmente in Crucitti, abulico, impreciso e quasi infastidito dal dover fronteggiare difensori duri ma corretti, mentre Esposito sembrava un totem e l’unico a provare a creare un minimo di scompiglio era Orlando, prontamente sostituito da Rando al 57’ per fare entrare un pachidermico Siclari, plastica espressione della incapacità di gran parte dei biancoscudati nel piazzare uno scatto o uno spunto degno di un calciatore, seppure di serie D.
Stendiamo un velo pietoso sull’ectoplasma Sampietro, subentrato dal 62’, atteso come salvatore della Patria e rivelatosi privo di un seppur minimo segno vitale, così come di Strumbo, distintosi solo per un paio di appoggi verso Avella e statuario nella sua immobilità in occasione del gol di testa di Carbonaro, mentre non è il caso di accanirsi con il piccolo Bonasera, che almeno ci mette impegno, in quei 20 minuti nei quali sta in campo a risultato abbondantemente acquisito sacrificandosi da terzino.

Il burrascoso dopo partita con le dimissioni in blocco dell’intero staff tecnico, dirigenziale e medico sposta l’attenzione sul futuro immediato dell’Acr, ma la vergognosa prestazione di quasi tutti coloro i quali hanno vestito la biancoscudata in questa partita molto difficilmente sarà dimenticata da chi, in Curva Sud, ha testimoniato, per tutti i 90’ più recupero, il proprio amore incondizionato verso una maglia, una storia e una tradizione che non si possono comprare, e nemmeno affittare, indipendentemente dalle vittorie e dalle sconfitte.