Messina, il rilancio passa dalla città o dalle volontà riunite?

Un momento fondamentale per le sorti del calcio messinese, che richiederebbe riflessione, sangue freddo e tanta umiltà, non disgiunte da un pizzico di sana follia
20.05.2019 09:30 di Davide Mangiapane Twitter:    Vedi letture
Messina, il rilancio passa dalla città o dalle volontà riunite?

Una sconfitta onorevole, maturata al termine di 90’ in cui gli uomini in maglia giallo-grigia danno tutto sul terreno di gioco del “Francioni” di Latina al cospetto di un avversario (il Matelica) organizzato, che ha meritato di alzare la Coppa Italia per quanto costruito negli ultimi anni piuttosto che per una superiorità sul campo, anche se l’organizzazione tattica, la disponibilità di valide alternative in panchina e la qualità dei singoli, specie in attacco, hanno fatto la differenza rispetto a un Messina che Infantino ha provato a schierare i suoi uomini in modo diverso, ricorrendo al 3-4-3 già ampiamente bocciato nelle recite deficitarie  di inizio stagione.

La difficoltà nell’applicare i meccanismi difensivi è stata pagata nell’azione del gol decisivo, in cui Ferrante sbaglia i tempi di uscita su Angelilli e, poi, Zappalà perde malamente il duello aereo con Dorato. Se si aggiunge a questo il palese imbarazzo a centrocampo di Pirrone, tagliato fuori dalla manovra e relegato a semplice vicino di Traditi, non adatto a compiti da regista arretrato, ecco che la buona prova del primo tempo può essere accreditata all’ottima giornata di Cocimano, non a caso premiato come MVP dalla Lega Nazionale Dilettanti, capace di saltare sistematicamente l’avversario diretto e creare grossissime difficoltà sulla fascia destra, insieme a un ottimo Biondi. Tantissimi i cross interessanti messi in mezzo dall’ex acese, ma l’assenza di un terminale offensivo degno di questo nome ha impedito il raggiungimento del pareggio già nella prima frazione di gioco. 

La ripresa ha visto la totale rivoluzione pensata da mister Infantino per mettere in campo almeno un attaccante di ruolo, ma, alla fine, il “casino organizzato” tanto caro al vecchio mister Fascetti ha prodotto solo l’iniziativa personale di Catalano, sventata dall’ottimo classe 2000 Avella, e un paio di conclusioni dalla distanza, oltre al tiro di Marzullo che ha accarezzato la rete esterna. Di contro, il Matelica, pur chiudendosi a difesa del risultato, ha dimostrato maggiore pericolosità ed è arrivato più vicino al raddoppio rispetto a quanto fatto vedere dal Messina, anche se, come nel resto della Coppa Italia, anche la finale ha certificato che, con un minimo di organizzazione razionale e investimenti relativamente alti, si può costruire una squadra in grado di fare campionati di vertice, anche in presenza di corazzate trasportate nella realtà della serie D, ma comunque capaci di rialzarsi in tempi rapidissimi.

Questa ultima considerazione ci sposta verso gli scenari immediati del calcio messinese, avviluppato da anni in una spirale negativa dalla quale sembra davvero arduo riuscire a tirarsi fuori. Il mese e mezzo trascorso dall’esaltante serata vissuta nella semifinale ribaltata contro il Real Giulianova ha riaperto tutte le ferite di un ambiente segnato dalle troppe delusioni e lacerato da contraddizioni insanabili. Sono andate in scena la rivoluzione dei quadri tecnici e dirigenziali, con il trio Torma-Manfredi-Biagioni, in tempi diversi soppiantati da Ferrigno-Cicciari-Infantino, la trattativa Sciotto-Arena, i rumours sull’alternativa alla “dittatura sciottiana” , la transazione degli accordi economici con quasi tutta la rosa e infine il battibecco a distanza nel dopo finale di Latina tra il presidente del CdA e i tifosi presenti nella tribuna del “Francioni”, di certo una minoranza rispetto al totale disinteresse per il calcio dimostrato dalla città almeno negli ultimi 13 anni, ma comunque un numero decisamente rispettabile, considerando la crisi del calcio messinese.

Sullo sfondo, intanto, si prospetta la presenza, nel girone più meridionale della serie D 2019-2020, di un’altra big decaduta, dato che il Palermo sembra destinato al fallimento dopo la retrocessione in C. Servirebbe, quindi, un progetto basato sulla concretezza, leggasi disponibilità economica adeguata, accompagnato ad una struttura organizzativa degna di questo nome, per poter iniziare, subito, a costruire una squadra in grado di lottare per vincere la serie D, unico requisito indispensabile per poter ricompattare la città attorno alla propria squadra di calcio. I segnali provenienti dalle realtà calcistiche che hanno acquisito il diritto ad essere ai nastri di partenza della prossima edizione della massima serie dilettantistica, invece, non sembrano propendere verso questa direzione, a dispetto di annunci ufficiali o sussurri più o meno segreti.

La proprietà dell’Acr dovrebbe riflettere seriamente sui prossimi passi da intraprendere per verificare l’opportunità di continuare il tentativo di Rilancio del calcio messinese, senza lasciarsi prendere dagli scatti caratteriali o dal troppo orgoglio e provando a guardarsi intorno non solo per cercare conforto o sponde emotive, non indugiando nella presunzione di essere sempre stati nel giusto.

Il Città di Messina, raggiunti gli obiettivi di principio, e cioè la salvezza della prima squadra e il riconoscimento del lavoro svolto con il settore giovanile, dovrebbe decidere quale sarà il destino di questa società, indipendentemente dal coinvolgimento indiretto nelle trattative per la cessione dell’Acr, questione che sminuisce il valore del progetto sportivo portato avanti dalla dirigenza nel corso degli ultimi anni.

A questo punto, quale potrebbe essere la soluzione in grado di dare davvero l’impulso giusto alla ripartenza del calcio messinese, in assenza dell’avvento di forze imprenditoriali esterne del livello di De Laurentiis a Bari, pura chimera alle nostre latitudini, almeno fino ad oggi? Intanto, servirebbe un passo indietro da parte di chi detiene la proprietà di Acr e Città di Messina, magari per concepire un progetto comune, aprendo realmente alla città, senza ricorrere alle collette o al bilancino del manuale Cencelli, ma nello stesso tempo senza svilire nessuno, mirando a valorizzare le capacità di ciascuno.

Sicuramente una missione che può apparire impossibile, considerando i precedenti, ma, di fronte a un orizzonte cupo e con pochissime speranze, solo uno sforzo di umiltà e una vena di visionaria follia possono aiutare a ritrovare il piacere di andare allo stadio per vedere una partita del Messina.

L'alternativa? Assistere all'ennesima stagione interlocutoria, magari condita da acerrime rivalità al ribasso, in attesa sempre del salvatore della patria, magari in prossimità di scadenza elettorali o per titillare qualche ego spropositato. Una eventualità di fronte alla quale, chiudere tutta la baracca sarebbe l'unica soluzione per tornare ad avere un minimo di dignità.