Messina, superata la Rotonda, fermarsi allo stop e prendere il bivio giusto

Si chiude una stagione schizofrenica, frutto delle mille contraddizioni di una proprietà inadeguata, l'ideale per fornire alibi all'interno ed all'esterno. Adesso, urge una svolta reale
06.05.2019 09:30 di Davide Mangiapane Twitter:    Vedi letture
Messina, superata la Rotonda, fermarsi allo stop e prendere il bivio giusto

Una salvezza giunta all’ultima giornata del campionato di serie D forse più scarso dell’ultimo decennio non è un traguardo scontato, ma non deve essere celebrata, nemmeno in una piazza come Messina che, negli ultimi 25 anni, inclusi quelli della formidabile cavalcata dall’Eccellenza alla Serie A, ha frequentato il massimo campionato dilettantistico per ben 12 stagioni, quasi la metà dell’intero periodo, non precipitandovi mai sul campo, tirandosene fuori solo due volte e collezionando piazzamenti non sempre lusinghieri, con stagioni in cui si è anche rischiata l’esclusione a torneo in corso.

La carestia di risultati, causata da compagini societarie incapaci di realizzare ambizioni di primato, ha contraddistinto le diverse sigle in cui si è incarnata la maggiore squadra cittadina durante almeno 3/4 delle stagioni vissute in D e, quindi, non è strano assistere a quanto accaduto non appena il signor Centi di Viterbo ha fischiato la fine di Rotonda-Messina. Il primo pensiero dell’ambiente è stato rivolto al futuro, partendo dall’addio della famiglia Sciotto alla creatura da loro creata a fine luglio 2017 e mai entrata effettivamente nel cuore della tifoseria biancoscudata. Una cessione richiesta a gran voce dagli stessi encomiabili tifosi presenti sui gradoni del “Vulcano” di Castelluccio Inferiore e che, proprio all’inizio di questa settimana, dovrebbe essere oggetto di un incontro con il sindaco De Luca, probabilmente alla presenza di Rocco Arena, l’imprenditore milanese con interessi in Spagna che, ormai da diversi giorni, ha manifestato la propria intenzione di fare calcio nella nostra città.

L’accordo con il ds Ferrigno, presentato alla stampa da Paolo Sciotto una decina di giorni fa, e le dichiarazioni del dirigente di origini campane sui programmi ambiziosi per la prossima stagione, abbozzati a grandi linee con la proprietà, non hanno convinto minimamente la piazza che pretende una svolta totale, attendendo alla prova dei fatti la verifica delle possibilità finanziarie e della sostenibilità del “Progetto Arena”. Tanta è l’esigenza di un cambiamento che, in caso di un arroccamento degli Sciotto all’interno del “fortino Acr”, si prospetta anche l’ipotesi di un trasloco armi e bagagli sotto le insegne dell’altra squadra cittadina, la cui permanenza nella medesima categoria sarà affidata alla sfida secca di playout, prevista domenica prossima al “Despar Stadium” contro il Locri. Passa in secondo piano, invece, la finale di Coppa Italia di D, fino a un mese fa obiettivo in grado di dare un senso alla stagione e scaduto ad impegno poco probante, dopo la rivoluzione dei quadri societari seguita alla sconfitta di Troina.

Del match decisivo per la salvezza resta, invece, una prestazione entro i limiti della decenza da parte degli uomini di Infantino, indispensabile dopo la sconcertante debacle interna subita dalla Sancataldese, ma, soprattutto, la gioia di un ragazzo messinese dopo il gol decisivo per consolidare la vittoria, che si accoppia con il salvataggio sulla linea effettuato nella semifinale contro il Giulianova dallo stesso giocatore: Francesco Barbera, classe 2001, alla sua seconda stagione tra i titolari e nel mirino di diverse squadre professionistiche, tra cui il Pescara. A lui va un bel 7 più in pagella e la menzione tra le pochissime note positive di una stagione da dimenticare, non solo per i risultati ottenuti, ma soprattutto per l’aria plumbea che si è respirato fin da giugno scorso, tra il viavai di allenatori, dirigenti, calciatori, gli sbalzi di umore della proprietà e l’intolleranza di una piazza ridotta al lumicino come presenze allo stadio, fiaccata da troppe delusioni e lasciata senza speranze a pietire l’interesse di chiunque pur di poter rivedere almeno l’abbozzo di una squadra di calcio degna di questo nome.

In attesa del grande gruppo imprenditoriale o dell’ennesima chiamata alle armi delle forze produttive e sane del territorio, speriamo di non assistere al solito copione fatto di appelli, cordate, incontri più o meno segreti, business plan, lezioni di management sportivo, bandi, programmazioni, trattative sfumate di un soffio o rimandate a tempi migliori, per poi arrivare a luglio senza uno straccio di squadra, un impianto sportivo dove allenarsi o giocare. Se questo termine non fosse già stato stuprato nel suo reale significato poco meno di due anni fa, useremmo la parola “normalità”, ma basterebbe tornare, finalmente, a parlare solo di calcio, in uno stadio popolato da gente felice e non piena di rancore, pronta a tornare a gioire per la squadra della propria città, non più ostaggio di bassi interessi o dell’egocentrismo e della vanagloria di chi ritiene di possederla.