Messina, una provocazione per uscire dal vicolo cieco

Una crisi lunghissima, in cui il comune denominatore è rappresentato dall'incapacità della città di costruire un progetto vincente, può essere risolta sparigliando
02.06.2019 16:00 di Davide Mangiapane Twitter:    Vedi letture
Paolo Sciotto
Paolo Sciotto

Tempi duri per chi scrive di calcio a Messina, con una situazione che sembra assomigliare ad un vicolo cieco, alimentando la spirale negativa di vicende sempre ridondanti, almeno negli ultimi 11 anni. Società costruite da zero con alla guida personaggi di spessore diverso capaci di produrre risultati sportivi quasi sempre deludenti in categorie prevalentemente dilettantistiche, con l’unica eccezione dei primi due anni gestiti da Pietro Lo Monaco, distrutti dalla infamante retrocessione sul campo per mano del rivale sportivo più importante agli occhi del tifoso biancoscudato, e dai primi mesi del campionato successivo, sul quale, però, incombe l’ombra pesante di una inchiesta penale sul calcio scommesse.

Un susseguirsi di organigrammi precari, debiti accumulati, centinaia di calciatori, decine di direttori sportivi, allenatori, team manager, direttori generali, responsabili area tecnica, giuridica o amministrativa, manager sportivi, ma soprattutto presidenti diventati bersaglio della rabbia e della frustrazione di una piazza sempre in attesa del Salvatore capace di rinverdire antichi fasti sportivi, compattando quelle famose componenti (Società, Squadra, Stampa, Pubblico, Amministrazione locale) ritenute indispensabili, a tutte le latitudini e in qualsiasi epoca, per realizzare la scalata verso tornei più prestigiosi di una serie D ogni anno con meno stimoli. Ognuno di questi personaggi o figurine, molte volte squallide, alternatesi nel compito di far rotolare il pallone al “S.Filippo”, ha invece puntato sulla naturale propensione umana di dividersi in fazioni per utilizzarla ai propri fini, oppure, nei casi meno inclini al delinquenziale, per nascondere le evidentissime lacune nei comportamenti o nelle decisioni gestionali, spostando l’attenzione su complotti o genetica incapacità del singolo cittadino messinese di operare nell’interesse comune, fosse anche solo per far vincere quella che dovrebbe essere la propria squadra del cuore.

Ed ecco, puntuali ogni anno almeno dal giugno 2008, considerando solo il periodo più buio del calcio messinese, le voci e le notizie di società sull’orlo del fallimento, debiti ingentissimi, vertenze con tesserati, fidejussioni fantasma o non emesse all’ultimo minuto, blocchi di partite vendute o piazzate, disegni occulti che impediscono la riuscita di fantasmagoriche cordate, improvvisi interessamenti di magnati o imprenditori facoltosissimi, strepitosi progetti di calcio sostenibile, azionariato popolare, vincoli pluriennali a capitali da impiegare per scalate irresistibili verso il mitico “calcio che conta”, per finire con il principale totem, fonte di ogni salvezza, il “bando per gli stadi” unico strumento in grado di attirare quei grossi gruppi finanziari in attesa della sua pubblicazione per fare la fila e intestarsi il Rinascimento (suggerimento gratis per il prossimo Acr..omino) Biancoscudato.

Nessuno mette in campo ciò che, altrove, è assoluta normalità, cioè coinvolgere l’amministrazione comunale per avere una sponda istituzionale seria e individuare, soprattutto fuori dai confini cittadini, quella entità imprenditoriale capace di fare calcio a buoni livelli anche a Messina. Le due convention al Comune di febbraio e maggio rappresentano un primo passo, importante e nuovo rispetto all'assoluto disinteresse degli ultimi 25 anni nei confronti del calcio, ma occorre operare, purtroppo, partendo dal presupposto, più volte verificato nel corso di questa lunghissima crisi, che la nostra città non sia in grado di produrre un progetto calcistico oltre una serie D da metà classifica, condita da una quantità di chiacchiere, vanagloria e conflittualità oltre la media di qualsiasi comunità mondiale.

Occorrerebbe una iniziativa semplice, ma che presuppone una presa di coscienza dura da accettare e difficile da recepire: proporre a tutti i gruppi finanziari o imprenditoriali che fanno calcio ad alti livelli in Italia ormai da anni, di utilizzare Messina come sponda per i propri interessi in ambito calcistico, prendendo il modello di Lotito o De Laurentiis per Salerno e Bari, piazze dal blasone ben più importante di quello biancoscudato, ormai impolverato e dileggiato da troppa mediocrità.

Potrebbe essere una soluzione anche per la famiglia Sciotto, impegnata, sembra inutilmente, nell'ultima settimana a trovare una quadra con Camaro e Città di Messina. Se gli attuali proprietari dell'Acr si rendessero disponibili ufficialmente a cedere la società a un acquirente così qualificato, con la figura di garante ricoperta dal Sindaco, potrebbero acquisire quel ritorno di immagine ormai impossibile dopo due anni trascorsi inutilmente a sperperare malissimo le proprie risorse per rendere fruttuoso un tentativo nato con le migliori intenzioni e trasformatosi in un incubo capace di stressare anche persone molto più stabili caratterialmente di loro. Riconoscendo le proprie difficoltà e trovando successori in possesso di competenza e forza finanziaria, strumenti indispensabili per ricreare l’entusiasmo e iniziare davvero un ciclo vincente, gli Sciotto, insieme al sindaco De Luca, darebbero un segno di discontinuità chiarissimo con la storia degli ultimi 15 anni di calcio messinese, dimostrando davvero di tenere alla biancoscudata.

Una cosa, però, sarebbe davvero insopportabile: utilizzare anche questa occasione per perdere tempo, una risorsa, quella del tempo, che non deve più essere sprecata. Da nessuno.