PACHINO EXPRESS SEASON FINALE - Molto semi, poco serio

La rubrica che fa incazzare torna eccezionalmente e chiude i battenti. Riesumazioni del passato, ridicole contrapposizioni, vecchi e nuovi protagonisti. Anno da dimenticare e conati per ciò che sarà
30.06.2019 13:34 di Antonio Billè Twitter:    Vedi letture
PACHINO EXPRESS SEASON FINALE - Molto semi, poco serio

Il ritorno, dopo oltre due mesi di silenzio, di Pachino Express coincide con l’ultima domenica trascorsa in quest’esilio forzato. Spesso, anche per la mania di chi l’ha scritto, è stata associata a una di quelle serie tv di culto che negli ultimi anni, tra Netflix e Sky Atlantic, hanno iniziato a proliferare sui nostri schermi. Nessuno, però, avrebbe mai potuto immaginare le vette toccate dalla serie che riguarda il pallone nostrano. Mesi che, dal raggiungimento della finale di Coppa Italia, avrebbero generato episodi sontuosi, tipo il rumoroso allontanamento di Biagioni, le trattative sugli stipendi e l’ingresso sul palcoscenico di una sequela interminabile di personaggi. Alcuni, in passato, avevano già recitato da protagonisti come i Franza o Pietro Lo Monaco (nel nuovo ruolo dei portatori del marchio), senza tralasciare la triade finita, poi, a Milazzo o l’anonima cordata friulana. E poi, lui, Rocco Arena che alla fine porta al ballo di fine anno la sorella meno ambita, ma che spera di trasformare nella reginetta della scuola.

E quante cose avremmo potuto ricavare da una trama del genere, ma nel frattempo, distratti da altre cose, in molti non si accorgevano di come il pallone a Messina stesse praticamente smettendo di rotolare. Per quel minimo che resta, però, noi continueremo a raccontarlo, spesso anche con irriverenza e senza prenderci troppo sul serio, consapevoli che sapervi incazzati è troppo divertente.

1. Margine d’errore pari a zero. Il gruppo Sciotto non può più sbagliare dopo due stagioni negative, specie perché quest’anno il nemico abita nello stesso pianerottolo. Il sostegno dei tifosi all’Acr Messina non era francamente in discussione e adesso non può più essere deluso. Si può cambiare quasi tutto nella vita, ma la propria squadra di calcio resta scevra da qualunque arzigogolato processo mentale e viaggia al di là di progetti e annunci megagalattici.

2. Il mattatore è impossibile tenerlo fuori dalla scena o utilizzarlo solo come voce fuori campo. Pietro Sciotto è il papà dell’Acr Messina e il suo ritorno in prima linea non può stupire o aprire facili ironie social. L’esperienza 3.0 dei dirigenti di Gualtieri Sicaminò deve aprirsi “senza se e senza ma” [cit.] all’enorme professionalità che arriva dagli ex uomini del Camaro e da Antonio Obbedio, uno di quei simboli veri di un passato che non c’è più e che bene ha operato nei suoi ultimi anni vissuti dietro una scrivania.

3. Rocco Arena in “L’uomo venuto dalla Spagna”. Ha provato ad acquistare prima il Messina, trovando di fronte a sé tutte le resistenze del caso da parte del gruppo Sciotto, poi al termine di “una notte in cui faticavo a prendere sonno” si è fiondato sul Città di Messina dopo un contatto con Maurizio Lo Re. Trattativa chiusa davanti al notaio Arrigo (un recordman in fatto di passaggi di proprietà calcistici) una decina di giorni dopo e il cambio di denominazione in FC Messina, cancellando con un semplice colpo di spugne nove anni di storia del CdM che, a sua volta, aveva cancellato quella del Camaro, acquisendone la matricola. Corsi e ricorsi storici.

4.L’ho fatto per i tifosi” anche basta, concetto trito e ritrito e strapieno di retorica. Le prime settimane messinesi di Rocco Arena, vuoi per prendere confidenza con l’ambiente o per tastarne umori e sensibilità, sono pieni di frasi da utilizzare un giorno come citazioni. Frecciatine come se piovesse nei confronti della rivale cittadina, come quelle del direttore generale Ferrante nel giorno della presentazione (“Troppe chiacchiere negli ultimi anni, io non voglio farne”) e dello stesso presidente nel comunicato di rinuncia alla gestione del San Filippo. Calma e sangue freddo.

5.Il Città di Messina lo salva solo Peppe Furnari”. Quanto ha dato fastidio questa frase. Però qualcosina evidentemente la si capisce ancora. Intanto, è giusto rendere meriti al Città per quanto fatto in questi anni: l’ambizione di diventare la prima squadra cittadina è naufragata ancor prima di nascere, perché la passione dei tifosi non si compra con l’organizzazione o con il progetto, ma quello che è nato dopo il crollo in Promozione con i due playout persi di fila, ha dell’eccezionale per una piazza come la nostra. L’utilizzo della messinesità è diventato esercizio fin troppo retorico, specie nell’ultimo anno, ma che colpo salvarsi in D con così tanti autoctoni! Con la speranza di rivedere presto i Lo Re, Cardullo e compagnia in sella a una nuova società tutta nostrana. Ad maiora.

6. Messina perde i pezzi. Due squadre (!) in D, poi bisogna scendere in Promozione per trovare Gescal e Atletico Messina: i biancoverdi si sono salvati per il rotto della cuffia nell’ultima stagione, i biancazzurri sono stati protagonisti di un’annata sontuosa in Prima Categoria, ma si trovano già a un bivio, nonostante la promozione coroni un progetto splendido, iniziato appena sette anni fa. L’Eccellenza, poi, è un lontano ricordo per le squadre cittadine, mentre nelle categorie ci sarà il solito caos fatto di ripescaggi, cambi di denominazione, passaggi di matricole e titoli. E questo il calcio che sognavo da bambino. Già.

7. Nel gioco della riesumazione di quel che è stato c’è anche il ritorno dell’Usd Provinciale. Adesso attendiamo solo l’Us Arsenale e l’Umberto I e siamo al completo. Siamo l’unica città che anziché guardare avanti, si fa ammaliare dai fantasmi del passato. Tipo il Celeste.

8. Si sono incazzati tutti. Tra invidie, presunte speranze, opinioni, fatti, copia-incolla, informative. Dal Tirreno allo Ionio, passando persino per realtà di Terza Categoria, (presunti) top player, fidanzate, meravigliosi analfabeti funzionali e fake dalla coscienza sporca. Questo Pachino Express è stato un eccellente esperimento sociologico e ha mostrato quanto il mondo del calcio, anche ai suoi livelli più bassi, sia talmente suscettibile e capace solo di prendersi troppo sul serio. Rilassatevi, calcio e vita sono solo un gioco.

9. Scrivete sempre male di noi, siete chiaramente schierati con questo o con quell’altro”. Refrain da utilizzare con soggetti a scelta e che riguardano quasi tutte, rare le eccezioni, le realtà di cui ci occupiamo. Lo ribadisco, anche basta! Messina nel pallone racconta ciò che succede, scrive di tutto, tratta la finale playoff di Terza Categoria come se fosse la Champions e la fa per Messina, la nostra unica bandiera. Chi vincerà si prenderà i complimenti, chi perderà le critiche. Il campo è l’unica cosa che conta. Buona estate a tutti e buon campionato che verrà. Anche se i presupposti fanno già salire i conati in quella costante e continua lotta tra poveri che eccita la nostra città. A Messina e alla sua Curva piena e unita, giusto per tornare a guardare ciò che è stato, dedichiamo la copertina di questo finale di stagione.

10. Un’ultima cosa, però, va detta. Associazioni Calcio Riunite Messina e Football Club Messina per almeno un paio di generazioni hanno rappresentato il tifo, il sogno, le speranze, i pianti di gioia e tristezza, i pomeriggi al tribunale e tanto altro ancora. Vederli, oggi, contrapposti, vittime anche di imbarazzanti divisioni social, è francamente ridicolo. “E glielo dovevo dire…