Tanti auguri Nino Naccari: 50 anni di gol e scarpette bianche

L'ex centravanti biancoscudato ha compiuto ieri mezzo secolo e adesso guida l'Atletico Messina, in Prima Categoria assieme al giovane Nino Caminiti: «Per vincere ci vogliono fame e attributi»
22.01.2019 10:00 di Giovanni Sofia  articolo letto 928 volte
Nino Naccari e Nino Caminiti
Nino Naccari e Nino Caminiti

I capelli lunghi ricordano tempi lontani solo per il calendario. Gli occhiali scuri nascondono lo sguardo furbo, pronto a punire gli avversari alla prima distrazione. Nino Naccari oggi ha cinquant’anni, eppure, potendo, non esiterebbe un secondo a tornare in campo: «La maglia biancoscudata per me era quella di Superman, quando la indossavo mi trasformavo e non ce n’era per nessuno». Come all’esordio, contro il Gangi: «Vincemmo 2-0, segnai una doppietta. C’erano 7mila persone allo stadio». Da allora, fu un crescendo di gol e momenti memorabili: «Ho girato tanto, ma le emozioni più belle le ho provate qui, a casa mia. Il presidente La Malfa era una brava persona, i soldi, però, erano pochi. Non mi interessava: ci mettevo il cuore, la gente lo capiva e ci trascinava». Parole da condottiero vero, troppo distanti dal pantano in cui i giallorossi annaspano adesso: «In giro per la città si trovano tantissimi ragazzi che farebbero carte false per giocare nel Messina, non è necessario cercare chissà dove. In serie D ci vogliono programmazione, fame e attributi. Su alcuni terreni vengono prima della tecnica».

Nino Naccari, in una carriera lunga 25 anni, ha visto il calcio cambiare pelle: «Quando giocavo prevaleva l’aspetto tecnico, favorito da ritmi più lenti. Oggi dominano l’atletismo, la corsa e l’esasperazione tattica, prove ne sono la difficoltà dei talenti puri ad emergere e l’estinzione dei trequartisti». Chiamato a scegliere, l'ex bomber non ha dubbi: «Una volta ti sedevi in poltrona e ti godevi lo spettacolo, ora ti annoi dopo dieci minuti». Nonostante ciò, ha deciso di sposare la causa dell’Atletico Messina: «Avevo detto basta, volevo dedicarmi con più costanza alla mia famiglia, poi sono arrivate le telefonate di amici e persone che hanno dimostrato davvero di credere in me e non ho potuto rifiutare. Mi hanno messo nelle condizioni ideali per operare, ho posto dei paletti e sono stati accolti. C'è grande collaborazione e voglia di crescere». I risultati sono diventati fisiologica conseguenza e la classifica finalmente sorride: seconda posizione alle spalle del Valdinisi e scontro diretto alle porte: «Andremo lì convinti dei nostri mezzi, vogliamo mantenere vivo il campionato. Sono sfide che si caricano da sole: dimostreremo cattiveria agonistica, orgoglio e un pizzico di presunzione. Siamo fieri di essere l'Atletico Messina e convinti del nostro progetto». Una mentalità fondamentale per l’allenatore: «Quando sono arrivato ho preteso determinati comportamenti e atteggiamenti. I ragazzi mi hanno seguito e sono felicissimo di guidarli. Siamo una famiglia e non è retorica»

Conversare con Naccari è un viaggio nella memoria, un tuffo in un album di fotografie di cui tutti, con ruoli diversi, abbiamo fatto parte: «Odiavo i ritiri e, grazie a qualche complice che mi lasciava aperta la porta, la notte scappavo dall’Hotel. Potevo dormire quattro ore, ma al fischio d’inizio la stanchezza spariva, mi importava solo di fare gol». Rigorosamente con le scarpette bianche: «Sono stato il primo a indossarle in Italia. Ai tempi esistevano solo nere. Il Guerin Sportivo mi dedicò addirittura un articolo dal titolo “Naccari invitato alla prima comunione”». Fu un colpo di fulmine immediato: «Dovevo ritirare dallo sponsor il pacco con il vestiario, le vidi e me ne innamorai. Quando entrai in campo, la gente stette in silenzio per dieci secondi, poi iniziò a commentare. La moda si diffuse presto e contagiò Marco Simone, al quale idealmente diedi il permesso». Categorie diverse, stesso istinto letale.