Dal San Filippo allo "Scoglio": una brutta, stancante storia di provincia

Lo stadio come cartina di tornasole della totale incapacità di uscire da logiche profondamente provinciali. Non ne possiamo più!
20.05.2020 09:30 di Davide Mangiapane Twitter:    Vedi letture
Dal San Filippo allo "Scoglio": una brutta, stancante storia di provincia

Fine anni '80, mentre va in scena la "Milano da bere"  il Governo , insieme alla Federazione Italiana Gioco Calcio, ottiene l'organizzazione dei Mondiali Fifa 1990, uno degli eventi più importanti a livello planetario, e il socialista Nicola Capria, più volte Ministro della Repubblica, ottiene un finanziamento da destinare a Messina per costruire uno stadio, 80 miliardi di lire planano sulla nostra città, senza essere sede della manifestazione.

Uno dei “miracoli” che avvenivano in quei tempi. In quegli anni il Comune era a saldissima guida democristiana, il sindaco enfant prodige Antonio Andò, dopo 11 anni, si dimise per diventare, a 40 anni, senatore, cedendo il posto ad un altro allora giovane Dc, Mario Bonsignore, che portò avanti, come propria personale “scommessa politica”, il progetto di realizzare un polo sportivo nella vallata del torrente San Filippo, dove allora vivevano centinaia di persone in baracche o costruzioni fatiscenti trasferite, con velocità assolutamente inconsueta per le nostre latitudini, in abitazioni nuovissime, le Case Arcobaleno sulle vicine colline di S.Lucia sopra Contesse. La vicenda della costruzione di palazzetto e stadio ai margini del torrente San Filippo è costellata di criticità progettuali, rinvii ultrannuali, inchieste, contenziosi con il Comune, avvicendamenti di imprese e si concluse nel 2004 solo grazie alla congiunzione astrale tra la volontà politica, quella della burocrazia e la spinta della proprietà della squadra di calcio impegnata nella scalata alla serie A.

Il calcio messinese, quindi, dopo 104 anni di storia, poteva finalmente avere una società capace di militare nel campionato allora davvero più bello del mondo, con un impianto a disposizione dimensionato per quella categoria, con la prospettiva di poter costruire un fenomeno non solo sportivo, ma con risvolti economici, sociali e finanziari di livello nazionale. Purtroppo, come tutti sappiamo, l'illusione durò 12 mesi, quelli che trascorsero dal 5 giugno 2004, data dell'ultima partita al "Celeste" alla conclusione di Messina-Livorno, con il settimo posto conquistato sul campo e nella classifica degli abbonati (25.000). Da allora, un incantesimo sembra avere avvolto le menti ed il cuore di noi messinesi appassionati di calcio ed il "S.Filippo", nel frattempo ribattezzato "Franco Scoglio", è diventato scenario di eventi che esemplificano in pieno la assoluta mancanza di autostima e di considerazione verso sé stessi che permea lo spirito di tanti messinesi. Lo stadio, da possibile volano di sviluppo, venne derubricato a peso insostenibile per l'ente proprietario, il Comune, ed il gruppo Franza, che aveva ottenuto una concessione pluriennale basata su un complicato sistema di project financing legata alla realizzazione della copertura in cambio dell'utilizzazione a fini commerciali dei due stadi cittadini, subisce la revoca in autotutela da parte del Consiglio Comunale e, dopo qualche mese, rinuncia alla serie B mantenuta sul campo per ripartire, volutamente, dalla serie D.

Il trauma porta alla perdita di qualunque legame tra la città e la propria squadra di calcio, fino ad allora viscerale, seppure con grande partecipazione popolare legata a cicli vincenti, e lo stadio da 42.000 posti diventa, improvvisamente, una cattedrale nel deserto, ma contemporaneamente anche una sede ideale per svolgervi uno-due grandi eventi estivi sotto forma di concerti, affidati praticamente sempre alla stessa organizzazione, qualunque fosse l'amministrazione comunale, o il commissario, in carica durante i mesi di giugno e luglio. Lo schema, sostanzialmente, è sempre stato uguale, tranne negli anni in cui il crollo della strada perimetrale allo stadio rese inagibile alle rockstar l'impianto: durante la stagione agonistica concessione annuale conferita alla società calcistica di turno, quasi mai firmata da entrambe le parti, con interventi a tampone a carico o dell'ente proprietario o del concessionario fatti in emergenza dietro pressione di una commissione di agibilità prefettizia pronta a imporre prescrizioni per consentire lo svolgimento delle partite con la presenza di un pubblico sempre più sparuto.

Con l'approssimarsi dell'estate, sistematicamente, dopo l'ultima gara di un campionato deludente in serie D o in C, ad eccezione delle due promozioni consecutive a guida Lo Monaco, ecco l'arrivo dei vandali e l'esigenza di svolgere i lavori per consentire i concerti a carico degli organizzatori, e l'uso (qualcuno sostiene l'abuso) delle compensazioni tra le spese di ripristino e il canone per l'utilizzo. Il risultato, con qualunque canone , dalle poche migliaia di euro agli oltre centomila euro degli ultimi anni, è stato sempre che le spese hanno compensato il corrispettivo e, malgrado ciò, con centinaia di migliaia di euro (fino a prova contraria) spese da chi organizzava gli eventi estivi, non c'è stato un anno che  il "S.Filippo", a settembre, non abbia avuto problemi di agibilità, oppure, dopo poche partite, non ci siano stati problemi con le condizioni del manto erboso. In una città appena normale ci si sarebbe posti il problema e si sarebbe assistito ad un proprietario del bene (il Comune) in grado di far firmare concessioni annuali alle società calcistiche scritte in modo chiaro e con garanzie di ottenere quanto serviva per avere l'agibilità ordinaria nel campionato di competenza, con capienza limitata alle esigenze e poi concordare condizioni di utilizzo del S.Filippo per eventi che consentissero di controllare ogni aspetto ed evitare speculazioni. Operando, nel frattempo, per favorire la costituzione di una entità calcistica capace di scalare le categorie, così come avvenuto in quasi tutte le piazze italiane cadute in disgrazia, dove i sindaci hanno svolto il ruolo di promotori, insieme alla città, invece di temporeggiare o, peggio, di mantenere la mediocrità perché più semplice da gestire.

La gestione dello stadio affidata al privato, così come nel resto del mondo, sarebbe stata una conseguenza e non la premessa per attirare investitori esterni, atteso che l'imprenditoria e la politica messinese sono totalmente disinteressate, o forse danno l'impressione di odiare il calcio come fenomeno sociale. Invece, siamo costretti ad assistere a balletti interminabili per mantenere equilibri al ribasso, velate minacce di essere banditi dai mitici “circuiti che contano”, procedure amministrative annunciate, distinguo a mezzo Facebook o con interrogazioni, posizioni politiche strumentali al consenso immediato, umili preghiere per non essere snobbati. In 14 anni abbiamo assistito ad uno stillicidio di proposte strambe, dai centri sportivi commerciali bipolari di franziana memoria alla copertura con i pannelli solari di Martorano, dai centri sportivi di Lo Monaco sui terreni comunali ad insaputa dei legittimi proprietari, alle visite dei figli d’arte di milionari presidenti stranieri, dagli sky box ai rotor al led, agli scaldabagni, fino alla insaziabile cisterna del gasolio per l’acqua calda o il mitico rilevatore di fumi.

Nessuno scatto di orgoglio, solo la solita, corsa al ribasso, la tristissima abitudine a rendere autentica un'antica consuetudine messinese: "fare i baracchi chi tavuli novi"Dal profondo del cuore, adesso basta.