Prima Justin Davis, poi Federico Basile. A distanza di poche ore la questione degli impianti è diventata un confronto pubblico tra il presidente dell’ACR Messina e il sindaco della città. Il primo ha denunciato condizioni di lavoro incompatibili con il progetto tecnico costruito dalla nuova proprietà, arrivando a prospettare persino l’ipotesi di “salutare e ringraziare tutti”. Il secondo ha risposto affidandosi soprattutto alla cronologia degli atti e respingendo l’idea che Palazzo Zanca non abbia accompagnato le esigenze della società.Basile parte da una frase netta: “Leggo con stupore le dichiarazioni del presidente dell’ACR Messina. La realtà raccontata oggi alla città non corrisponde a quella che emerge dalle comunicazioni ufficiali. Partiamo, quindi, dai fatti”. Poi ricostruisce le richieste formulate dal club: il Celeste a maggio, ancora il Celeste e contemporaneamente la disponibilità di entrambi gli impianti a giugno, successivamente il “Franco Scoglio”, di nuovo il Celeste a settembre e infine ancora San Filippo per gare e allenamenti. Il sindaco ricorda anche il parere favorevole espresso il 18 settembre dalla Commissione comunale di vigilanza per l’utilizzo del “Franco Scoglio” in Eccellenza e Coppa Italia e la successiva richiesta del Comune di conoscere giorni e fasce orarie degli allenamenti, alla quale l’ACR avrebbe risposto il 25 settembre trasmettendo la propria programmazione e ringraziando per la collaborazione. Da qui la conclusione politica di Basile: il Comune mette a disposizione gli impianti, ma “non può garantire a una sola squadra condizioni di utilizzo esclusive, sottraendo gli impianti alle altre realtà sportive”. E considera scorretto porre la città davanti all’alternativa “o ci date quello che chiediamo oppure ce ne andiamo”, ribadendo tuttavia la disponibilità al dialogo.
DAVIS E BASILE PARLANO ANCHE DI DUE COSE DIVERSE - La replica del sindaco ha una sua consistenza documentale. Le richieste del Messina sono effettivamente cambiate nel corso dei mesi e non avrebbe senso negarlo. Ma Davis e Basile, almeno in parte, stanno parlando di due piani differenti. Il sindaco ricostruisce quali impianti abbia chiesto il Messina e come il Comune abbia risposto amministrativamente. Davis pone invece il problema di come la squadra possa concretamente lavorare all’interno dell’impianto che le viene concesso. È la differenza tra disponibilità formale e funzionalità quotidiana. Il Messina può avere uno slot al Celeste. Il punto sollevato da Torrisi, Pellegrino e infine Davis è capire se quello slot sia sufficiente per una squadra che si allena tutti i giorni, svolge almeno una doppia seduta settimanale e impiega normalmente almeno due ore e mezza per completare un allenamento, considerando preparazione delle attrezzature, parte atletica, lavoro tattico, esercitazioni e successivo smontaggio.
Ed è qui che le dichiarazioni di entrambe le parti devono lasciare spazio ai documenti.
LA DETERMINA 9047: È QUESTO IL PUNTO DI PARTENZA - Perché, al di là delle richieste dell’ACR e delle risposte del Comune, sono gli atti amministrativi a determinare oggi le condizioni di utilizzo del “Giovanni Celeste”. Il documento centrale è la Determina dirigenziale n. 9047 del 1° ottobre 2026, firmata dal dirigente capo del Dipartimento Sport Salvatore De Francesco, vice direttore generale, da decenni in quel ruolo, proposta n. 61508 dello stesso giorno, del Dipartimento Servizi alla Persona - Servizio Sport e Spettacolo. L’oggetto riguarda l’approvazione del piano di utilizzazione del “Giovanni Celeste” per la stagione 2026-27 e degli schemi per il rilascio delle concessioni stagionali alle associazioni sportive.
Dentro quella determina c’è un altro riferimento fondamentale: la nota protocollo n. 320324 del 30 settembre 2026, attraverso la quale è stato trasmesso il piano definitivo dei turni assegnati al Celeste per gare e allenamenti, dopo alcuni correttivi concordati anche sulla base dei criteri suggeriti dal referente della LND. Quel piano è parte integrante del provvedimento. Dunque il terreno sul quale misurare davvero la situazione non è soltanto lo scambio di comunicati tra presidente e sindaco. Sono il piano dei turni, le concessioni individuali e le condizioni stabilite negli atti.
NOVANTA MINUTI NON SONO DUE ORE E MEZZA - Lo schema di concessione stabilisce una tariffa di 100 euro, Iva compresa, per una sessione di allenamento di un’ora e mezza. Prevede inoltre che ogni società utilizzi l’impianto esclusivamente nei giorni e nelle fasce indicate dal piano.
Sono regole comprensibili in uno stadio pubblico utilizzato contemporaneamente da numerose associazioni. Ma spiegano anche dove nasca il problema. Il modello amministrativo è costruito attorno a una turnazione di novanta minuti. Il modello tecnico del Messina è costruito attorno a giornate di lavoro che richiedono normalmente almeno due ore e mezza. Il Messina, inoltre, svolge almeno una doppia seduta settimanale. Non parliamo di una rosa composta, come avviene nella maggior parte dell’Eccellenza, da calciatori che devono conciliare calcio e lavoro. Quasi tutti gli elementi a disposizione di Torrisi fanno questo mestiere e vengono gestiti attraverso una routine quotidiana assimilabile a quella delle categorie professionistiche.
Nel girone ci saranno forse due o tre altre società con una struttura simile. Per tutte le altre la realtà è differente.Non è una questione di dignità o di maggiori diritti. Sono semplicemente esigenze organizzative diverse. 
IL CELESTE È DI MOLTI, NON SOLTANTO DEL MESSINA - Le richieste di utilizzo del Celeste danno la misura del problema. Negli atti compaiono Messana Riviera, ACR Messina 1900, ACR Messina Women 1900, Atletico Messina, Garden Club, Virtus Messina, Real Gescal, Real Itala, Fair Play, Nuova Peloro, San Paolo, Atletico Contesse, Messina 2006, Calcio Trinacria Messina, Team Fartlek per il flag football, Passion Sport per gli Esordienti, una richiesta per partite amatoriali e quella congiunta di ASD Ingegneri e ASD Architetti. La Nuova Peloro ha poi rinunciato ai turni assegnati.
Prime squadre, settore giovanile, calcio femminile, attività amatoriale, flag football. È esattamente la fotografia di un impianto pubblico che l’Amministrazione ha scelto di rendere il più possibile condiviso.È un principio legittimo. Ma proprio per questo il Celeste rischia di non poter essere, contemporaneamente e senza una disciplina specifica, anche il centro sportivo quotidiano di una prima squadra organizzata secondo criteri professionali.
IL CELESTE NON HA NEMMENO UN SERVIZIO DI CUSTODIA - Le condizioni di concessione raccontano qualcosa in più. Lo stadio non dispone di un servizio di custodia. Spetta quindi all’utilizzatore farsi carico, anche economicamente, delle incombenze relative all’apertura e alla chiusura della struttura. Restano inoltre in capo alle società utilizzatrici autorizzazioni, licenze, nulla osta e gli altri adempimenti previsti dalla normativa, insieme agli oneri collegati all’utilizzo degli spazi. La società deve organizzare la documentazione necessaria per la sicurezza, assicurare la presenza del proprio personale quando richiesto, individuare i responsabili previsti dalla normativa e assumersi le responsabilità connesse all’attività svolta. Il Comune, secondo lo schema, non risponde neppure di eventuali ammanchi o furti. Questo passaggio è importante perché dimostra come avere il Celeste a disposizione non equivalga ad avere un centro sportivo pronto all’uso. Il Comune concede un impianto secondo un sistema di turnazioni. Un centro sportivo è un’altra cosa: spogliatoi stabili, magazzini, palestra, uffici dello staff, area medica, attrezzature che possono rimanere montate, possibilità di organizzare autonomamente gli orari. È proprio ciò che il Messina oggi non ha. 
FORSE LA SOLUZIONE TEMPORANEA È ALTROVE - E allora forse conviene separare il problema delle partite da quello degli allenamenti.
Il Messina potrebbe continuare a disputare le gare interne al “Franco Scoglio”, impianto che offre capienza, servizi e spazi adeguati, e contemporaneamente cercare un campo in erba naturale nelle vicinanze della città dove svolgere stabilmente il lavoro settimanale. Non sarebbe la soluzione definitiva. Sarebbe una soluzione ponte. Consentirebbe però di evitare il continuo passaggio tra sintetico e naturale, dare allo staff tempi più ampi e sottrarre la preparazione quotidiana alla battaglia degli slot del Celeste. Nel frattempo società e istituzioni potrebbero lavorare a ciò che serve davvero: individuare un campo da sistemare e destinare stabilmente alla prima squadra oppure costruire un centro sportivo indipendente.
Perché se il progetto di Justin Davis vuole davvero durare tre, cinque o più anni e scalare le categorie, questo problema tornerà comunque. Anche se domani si trovassero cinque ore libere al Celeste.
IL “BONANNO” NON È ANCORA LA RISPOSTA - Da tempo viene indicato il “Bonanno” dell’Annunziata come possibile soluzione per gli allenamenti.
Ma allo stato attuale il progetto è ancora in alto mare e difficilmente potrà rappresentare una risposta per questa stagione. Realisticamente se ne parlerà nella prossima. Per questo il Messina ha bisogno di una soluzione immediata che non può essere costruita attendendo un impianto che oggi non è pronto. San Filippo per le gare e un campo in erba per gli allenamenti potrebbe essere, in questa fase, molto meno affascinante del ritorno al Celeste ma decisamente più funzionale. 
NON SAREBBE NEMMENO UNA NOVITÀ - La storia del Messina insegna, peraltro, che le promozioni non sono mai dipese dalla perfezione del centro di allenamento. Nella stagione 2003-2004, quella dell’ultima promozione in Serie A, il Messina di Bortolo Mutti lavorava al XXIV Artiglieria. I calciatori terminavano l’allenamento e attraversavano la Nazionale ancora sudati per andare a fare la doccia negli spogliatoi del Celeste. Non era certamente il modello organizzativo ideale per una società che stava conquistando la Serie A. Eppure quella squadra vinse. Ancora più recente è il precedente della stagione 2020-21, quando il Celeste non era utilizzabile e il Messina che sarebbe tornato in Serie C trascorse quasi tutto il campionato allenandosi fuori città, tra Santa Teresa di Riva e Santa Lucia del Mela. Non significa che si debba accettare la precarietà come normalità.
Significa esattamente il contrario: se in passato il Messina ha dovuto arrangiarsi per vincere, una proprietà che vuole costruire un progetto pluriennale dovrebbe utilizzare questa fase per trovare finalmente una soluzione strutturale. 
MA CHE COS’È DAVVERO IL NUOVO CELESTE? - C’è poi una domanda che viene prima persino del confronto Davis-Basile. Che cosa deve essere il “Giovanni Celeste” dopo la sua ristrutturazione? Perché il progetto originario nasce come intervento di rigenerazione di un impianto polivalente, rivolto alle associazioni, al territorio, all’attività giovanile e a una fruizione intensa durante l’intera giornata. E il progetto iniziale, paradossalmente, non prevedeva neppure il rifacimento del fondo campo, così come non comprendeva il completamento della Curva Nord e della Gradinata.
L’importo di circa 2,6 milioni di euro è stato interamente utilizzato. Successivamente l’assessore Massimo Finocchiaro ha più volte annunciato l’intenzione di reperire altri 1,5 milioni, portando l’investimento complessivo potenziale a oltre 4,1 milioni di euro, anche per proseguire gli interventi sui settori ancora da recuperare. Ed è proprio qui che nasce una contraddizione. 
CON OLTRE QUATTRO MILIONI, QUALE CELESTE SI VOLEVA COSTRUIRE? - Con oltre 4,1 milioni di euro si poteva e si può ragionare seriamente sul futuro dell’impianto. Ma bisogna scegliere. Se il Celeste deve essere il grande campo della collettività, utilizzato da calcio maschile e femminile, giovani, dilettanti, attività amatoriali e altre discipline, ha perfettamente senso investire su un sintetico resistente, moltiplicare gli orari e costruire un sistema di utilizzo condiviso. Se invece l’obiettivo progressivo diventa recuperare Curva Nord, Gradinata, aumentare capienza e ricostruire sempre di più l’immagine del vecchio stadio del Messina, allora si sta andando verso un’altra direzione. Il rischio è di spendere più di quattro milioni per realizzare una specie di “Filadelfia per tutti”: richiamando lo storico impianto del Grande Torino, oggi recuperato come struttura al servizio dell’attività granata, ma pretendendo contemporaneamente che quello messinese sia centro di allenamento, stadio della prima squadra, campo del settore giovanile, casa delle società dilettantistiche e impianto disponibile per la collettività. Tutto insieme. È troppo. 
POLIVALENTE O STADIO DEL MESSINA? - La contraddizione non riguarda il diritto dell’ACR a giocare al Celeste. Il Messina può certamente tornarci, se esistono tutte le condizioni. Riguarda la filosofia complessiva dell’intervento. Se l’impianto è stato recuperato innanzitutto per essere polivalente e condiviso, le turnazioni e l’utilizzo intensivo sono la naturale conseguenza di quel progetto. Ma allora bisogna accettare che difficilmente possa diventare il centro sportivo esclusivo o semi-esclusivo della prima squadra. Se invece si vuole trasformarlo nuovamente, poco alla volta, nello stadio identitario del Messina, allora serve un progetto diverso e probabilmente anche un modello gestionale diverso. Quello che non funziona è cambiare racconto a seconda del momento. 
IL CELESTE COME FETICCIO DELLA MEMORIA - Perché il Celeste, a Messina, non è mai stato soltanto un impianto. È memoria.
È il luogo nel quale generazioni di messinesi hanno imparato ad andare “al campo”. È la Serie A degli anni 60, ma anche dei bastardi di Scoglio, Schillaci e Catalano, che la massima serie la sfiorarono, ma anche mille domeniche meno nobili che hanno costruito un rapporto sentimentale difficilmente riproducibile a San Filippo. Ed è proprio per questo che è facile trasformarlo in una specie di feticcio collettivo da recuperare nei tempi grami, quando il presente spaventa e il passato diventa rassicurante. Il Messina retrocede? Torniamo al Celeste. Il pubblico diminuisce? Torniamo al Celeste. Bisogna ricostruire entusiasmo? Torniamo al Celeste. Serve una casa? Il Celeste. È comprensibile. Ma può anche diventare una maniera per non guardare fino in fondo la realtà. Perché uno stadio non costruisce una società. Non crea un centro sportivo, non produce organizzazione, non garantisce promozioni, non riempie automaticamente le tribune e non ricostruisce da solo il rapporto con una città. Può essere un formidabile strumento. Non può essere una scorciatoia emotiva.
IL PARADOSSO DEL CELESTE
Oggi al Celeste si chiede di essere contemporaneamente troppe cose. Deve essere lo stadio di tutti, polivalente, la casa del Messina e il fortino recuperando Curva Nord e Gradinata, custodire la memoria e coltivare il futuro. Sono funzioni che possono in parte convivere, ma solo stabilendo delle priorità. Altrimenti ogni soggetto continuerà a guardare lo stesso rettangolo verde vedendoci qualcosa di diverso. E, alla fine, servirà solo a pochissimi.
IL MESSINA HA BISOGNO DI UNA CASA, NON NECESSARIAMENTE DEL CELESTE - Ed è forse questo il punto dal quale ripartire.
Il Messina ha bisogno di una casa per allenarsi. Ma quella casa non deve obbligatoriamente essere il Celeste. Almeno non oggi. Il “Franco Scoglio” può continuare a ospitare le partite. Un impianto in erba naturale sufficientemente vicino alla città potrebbe diventare la sede del lavoro settimanale per questa stagione. Intanto si può progettare ciò che manca davvero: un centro sportivo del Messina, oppure un campo sul quale investire per renderlo stabilmente funzionale alla prima squadra e, in prospettiva, al settore giovanile. Sarebbe forse una soluzione meno romantica. Ma probabilmente più coerente con l’ambizione dichiarata dalla proprietà, tra l'altro annunciata in un articolo su "Il Sole 24 Ore quando ancora la retrocessione in Eccellenza sembrava un incubo evitabile.
BASILE HA RAGIONE SU UNA PAROLA: RESPONSABILITÀ - Nella sua risposta il sindaco richiama più volte il concetto di responsabilità.
È forse il passaggio più utile dell’intera nota. Perché vale per tutti. Vale per il Comune, che deve chiarire definitivamente quale funzione voglia assegnare al Celeste e quale modello gestionale intenda applicare. Vale per l’ACR, che deve stabilizzare le proprie richieste e trasformare le esigenze tecniche in un progetto strutturale, senza pretendere che un impianto pubblico possa automaticamente diventare un centro sportivo privato.
Vale per la politica, che dovrebbe smettere di accompagnare ciclicamente il Celeste con annunci su nuovi settori e nuove risorse senza spiegare quale sia l’approdo finale. E vale per una città che dovrebbe forse liberarsi dall’idea che ogni rilancio del Messina debba necessariamente passare dal ritorno nel vecchio stadio. 
IL CELESTE NON DEVE SALVARE NESSUNO - Il confronto tra Davis e Basile può ancora produrre una soluzione. E dovrebbe farlo rapidamente.
Ma forse la prima cosa da fare è togliere al Celeste un peso che non gli appartiene. Il Celeste non deve salvare il Messina e il Messina non deve impossessarsi del Celeste. Il primo deve essere un impianto pubblico funzionante, con un’identità chiara e coerente con gli oltre quattro milioni che potrebbero essere investiti complessivamente, magari ponendo come obiettivo la vocazione attuale e futura di questo stadio. Il secondo deve costruire una propria casa, magari non domani e magari non dentro il territorio comunale nella fase immediata, ma con l’obiettivo di avere finalmente un luogo autonomo nel quale allenarsi, crescere e programmare. 
La sfida vera, questa volta, dovrebbe essere fare in modo che tra qualche anno il Messina non debba più porsi la stessa domanda.

Sezione: Acr Messina / Data: Mar 06 ottobre 2026 alle 20:12
Autore: Davide Mangiapane / Twitter: @davidemangiapa
vedi letture