Quando a Messina sono le 22.10 di domenica 5 ottobre, a Melbourne sono già le 7.10 di lunedì 6. Da lì Justin Davis fa arrivare una lettera aperta al sindaco e alle istituzioni cittadine che cambia inevitabilmente il livello della discussione sugli impianti. Non si parla più soltanto di “Giovanni Celeste” o “Franco Scoglio”. E neppure, semplicemente, di quale terreno scegliere per disputare le partite interne.
Il presidente dell’ACR Messina mette al centro le condizioni nelle quali la squadra deve lavorare ogni giorno e arriva a prospettare una conseguenza estrema: “Ho fatto una promessa a questa città, e se non potrò mantenerla per la mancanza di strutture adeguate o per scelte che non tengono conto delle esigenze di chi rappresenta Messina sul campo, preferisco essere chiaro con la città che mi ha accolto: salutare e ringraziare tutti”.
La chiusura è ancora più esplicita: “Adesso tocca a voi scegliere il destino del calcio a Messina”.
Parole pesanti, che sarebbe però sbagliato isolare dal percorso delle ultime settimane. Prima Maurizio Pellegrino, poi Alfio Torrisi avevano già descritto problemi logistici, difficoltà nell’organizzazione degli allenamenti e la necessità di trovare una sede stabile.
Davis adesso assume direttamente quella posizione e la trasferisce sul piano del rapporto tra proprietà e istituzioni.
NON È PIÙ UNA QUESTIONE DI PREFERENZA TRA CELESTE E SAN FILIPPO - La vicenda era partita apparentemente da un cambio di orientamento. Prima il “Franco Scoglio” indicato come quartier generale, poi il ritorno dell’ipotesi Celeste, fino alla volontà di utilizzare l’impianto di via Oreto non soltanto per le gare ma anche per il lavoro quotidiano. Letta dall’esterno, può sembrare una contraddizione. Le spiegazioni dell’area tecnica raccontano però qualcosa di diverso. Pellegrino ha chiarito che allenarsi tutta la settimana su un terreno e giocare la domenica su un altro rappresenta una difficoltà concreta, anche nella gestione fisica dei calciatori. Torrisi ha espresso lo stesso concetto con maggiore nettezza: una squadra dovrebbe, quando possibile, allenarsi e giocare nello stesso impianto. Il punto, quindi, non è tanto: “Vogliamo il Celeste invece del San Filippo”. La richiesta è più ampia: avere finalmente una casa nella quale poter lavorare con continuità secondo il modello tecnico che il Messina ha scelto. O, perlomeno, capire in quali tempi e modalità ciò potrà diventare possibile. 

UN MESSINA DI ECCELLENZA CHE VIVE DA SQUADRA PROFESSIONALE - Qui sta forse la prima differenza che deve essere tenuta presente. Formalmente l’ACR Messina partecipa al campionato di Eccellenza. Ma la sua organizzazione quotidiana ha caratteristiche molto differenti rispetto alla quasi totalità delle squadre della categoria. La rosa biancoscudata è composta da calciatori che fanno essenzialmente questo mestiere. Si allenano quotidianamente, seguono programmi atletici, tattici e di recupero, hanno una disponibilità completa durante la giornata e vengono gestiti da uno staff che imposta il lavoro con criteri assimilabili a quelli professionistici. Nel girone, fatta eccezione forse per due o tre realtà organizzate secondo parametri simili, la situazione è normalmente differente. Molti calciatori devono conciliare allenamenti e partite con il proprio lavoro o con altre attività. Non è una graduatoria di merito e non significa che una società abbia più dignità di un’altra. Significa semplicemente che i modelli organizzativi sono diversi e producono esigenze diverse. A maggior ragione questa differenza emerge confrontando la prima squadra del Messina con molte delle altre realtà che hanno chiesto di utilizzare il “Giovanni Celeste”.

DICIOTTO RICHIESTE PER IL CELESTE - Negli atti comunali risultano 18 voci di richiesta per l’utilizzo del “Giovanni Celeste”, una delle quali presentata congiuntamente da due associazioni. 
Si tratta di Messana Riviera, ACR Messina 1900, ACR Messina Women 1900, Atletico Messina, Garden Club, Virtus Messina, Real Gescal, Real Itala, Fair Play, Nuova Peloro, San Paolo, Atletico Contesse, Messina 2006, Calcio Trinacria Messina, Team Fartlek per il flag football, Passion Sport per la categoria Esordienti, Salvatore Lucchese per partite amatoriali e, con richiesta congiunta, ASD Ingegneri e ASD Architetti. Successivamente la Nuova Peloro ha rinunciato ai turni che le erano stati assegnati.
È una fotografia estremamente eterogenea: prime squadre, settore giovanile, calcio femminile, attività dilettantistica, amatoriale e persino una disciplina differente come il flag football.
Ed è assolutamente legittimo che un impianto pubblico appena restituito alla città possa essere utilizzato dal maggior numero possibile di realtà. Ma è altrettanto evidente che non tutte quelle attività possano avere la stessa organizzazione quotidiana della prima squadra dell’ACR Messina. 
DUE ORE E MEZZA NON SONO NOVANTA MINUTI - Questo porta direttamente al problema degli slot. Lo schema comunale di concessione considera come unità di allenamento una sessione di un’ora e mezza, con una tariffa di 100 euro. Novanta minuti possono essere un criterio amministrativo perfettamente comprensibile per dividere gli spazi tra numerose associazioni. Il problema è che il lavoro impostato da Torrisi difficilmente può essere compresso dentro quel tempo. Il Messina svolge almeno una doppia seduta settimanale. Ogni singolo allenamento, considerando preparazione e successivo smontaggio delle attrezzature, parte atletica, lavoro tattico, esercitazioni con il pallone, eventuali percorsi individuali e partitelle, richiede normalmente almeno due ore e mezza. Non è semplicemente una richiesta di maggiore comodità. È il tempo necessario per sviluppare il programma predisposto dallo staff. Quando Pellegrino ha spiegato che le sedute sono lunghe e intense, con una parte atletica e una tattica che devono convivere, parlava esattamente di questo. E quando Torrisi ha ricordato che il Messina vuole comportarsi da squadra professionale pur giocando in Eccellenza, indicava un metodo che inevitabilmente ha bisogno di tempi e strutture adeguati. Per questo uno slot da novanta minuti può funzionare come unità amministrativa, ma molto meno come misura reale della giornata lavorativa del Messina. 
IL SABATO E LA RIFINITURA - Davis aggiunge un altro elemento specifico. Sostiene che alla squadra sia stato tolto lo slot del sabato e che la rifinitura, cioè l’ultima seduta prima della partita, in questo caso al S.Filippo, sia stata relegata alle 9 del mattino per un’ora e mezza. Anche questo aspetto porta al cuore del problema. Le altre società hanno naturalmente diritto ai propri spazi. Lo stesso presidente lo riconosce nella lettera. Ma la rifinitura di una prima squadra che prepara una gara ufficiale non è una normale seduta intercambiabile con qualunque altro momento della settimana. Ha contenuti tattici specifici, tempi scelti dall’allenatore anche in funzione dell’orario della partita e una funzione precisa nella preparazione psicofisica del gruppo.Ancora una volta non si tratta di stabilire che il Messina abbia “più diritti”. Si tratta di capire se parità di trattamento debba significare necessariamente identicità di trattamento, anche quando le esigenze sono oggettivamente differenti. 
IL CELESTE È STATO ORGANIZZATO COME IMPIANTO CONDIVISO - Gli atti del Comune partono da un principio altrettanto comprensibile. Il Celeste è un bene pubblico e il piano è stato costruito per garantire la massima partecipazione possibile delle società richiedenti. Dopo un primo programma di utilizzo sono stati introdotti dei correttivi, fino al piano definitivo dei turni trasmesso il 30 settembre. Il modello individuato è quindi quello di uno stadio condiviso, non quello di un impianto affidato in esclusiva al Messina. Ed è coerente con alcune dichiarazioni fatte dall'amministrazione in questi mesi. Il Celeste non può diventare improvvisamente inaccessibile alle altre realtà cittadine soltanto perché vi torna l’ACR. Ma “condiviso” non significa che ogni utilizzatore debba necessariamente avere lo stesso tipo di rapporto con la struttura. 
UN IMPIANTO SENZA CUSTODE - C’è poi un elemento contenuto nelle condizioni di utilizzo che aiuta a comprendere quanto il problema sia più complesso della semplice assegnazione di un’ora (e mezza) di campo. Lo schema predisposto dal Comune specifica che l’impianto non dispone di un servizio di custodia. L’utilizzatore deve quindi farsi carico, anche economicamente, delle operazioni necessarie per l’apertura e la chiusura della struttura. Non solo. Il Comune non risponde di eventuali ammanchi, furti o incidenti e la società utilizzatrice deve individuare il responsabile della sicurezza, osservare le norme previste, assicurare i fruitori dell’impianto e assumersi le responsabilità civili e penali connesse all’uso degli spazi.
Restano inoltre a carico dell’utilizzatore autorizzazioni, licenze, nulla osta e adempimenti richiesti dalle normative, così come le comunicazioni agli organismi competenti per i diversi profili di sicurezza. È importante sottolinearlo perché la disponibilità amministrativa del Celeste non coincide automaticamente con l’esistenza di un centro sportivo pienamente attrezzato e immediatamente operativo. Il Comune mette a disposizione l’impianto secondo un sistema regolamentato, ma una parte consistente dell’organizzazione pratica ricade sulle società utilizzatrici.
LO SPOGLIATOIO NON È UN DETTAGLIO - In questo quadro si inserisce anche la questione sollevata da Davis sulla possibilità di utilizzare stabilmente uno spogliatoio nel quale lasciare materiale e attrezzature. Può apparire un particolare marginale. In realtà, per una squadra che si allena ogni giorno, non lo è affatto. Palloni, cinesini, sagome, ostacoli, elastici, materiale per la preparazione atletica, strumenti dello staff medico e fisioterapico devono essere quotidianamente predisposti e poi nuovamente smontati e trasferiti. È anche per questo che Torrisi ha insistito più volte sulla necessità di un “quartier generale”. Non semplicemente un rettangolo verde disponibile per novanta minuti, ma un luogo nel quale una squadra possa vivere la propria settimana. 
LE REGOLE GENERALI NON ESCLUDONO ACCORDI SPECIFICI - C’è però un passaggio importante nella disciplina approvata dal Comune.
Il nuovo sistema tariffario e di utilizzo di “Franco Scoglio” e “Giovanni Celeste” stabilisce regole generali, ma lascia espressamente ferme le eventuali convenzioni, gli accordi o altri atti convenzionali che l’Amministrazione può stipulare con associazioni sportive o altri soggetti. In altre parole, lo stesso sistema amministrativo contempla la possibilità che situazioni particolari possano essere regolate attraverso strumenti specifici. Ed è probabilmente questa la strada sulla quale dovrebbe spostarsi adesso il confronto. Non chiedere l’esclusiva del Celeste. Non cacciare le altre società. Ma costruire eventualmente una convenzione che riconosca all’ACR tempi, spazi e servizi compatibili con la propria organizzazione, lasciando contemporaneamente l’impianto disponibile al resto del movimento cittadino. Oppure, trovare una soluzione tampone in un altro terreno di gioco, attendendo, magari, che il completamento della ristrutturazione completa del "Bonanno" all'Annunziata apra nuovi spazi, mentre il "Marullo" è stato praticamente opzionato dal gruppo "Fair Play"/Nuova Peloro". 
 IL SAN FILIPPO NON RISOLVE AUTOMATICAMENTE IL PROBLEMA -  A questo punto potrebbe sembrare naturale chiedersi perché il Messina non torni semplicemente al “Franco Scoglio”. Ma neppure questa è una risposta automatica. Il terreno naturale di San Filippo richiede una gestione completamente diversa dal sintetico del Celeste. Con l’avvicinarsi dell’inverno, la pioggia e le necessità di manutenzione rendono difficile immaginare un utilizzo quotidiano intenso senza conseguenze sul manto. È uno dei motivi che ha contribuito al nuovo orientamento dell’area tecnica. Tra l'altro, la manutenzione e cura del manto erboso è stata affidata a una ditta che ha già risistemato a dovere il terreno di gioco, solo qualche stagione fa oggetto di censure serie dalla Legapro, allora campionato del Messina, e che potrebbe vedere minata la propria reputazione da una usura eccessiva del campo. Il “Franco Scoglio” offre indubbiamente spazi maggiori e inizialmente era stato individuato proprio come possibile quartier generale. La quotidianità, però, ha portato Pellegrino e Torrisi a riconsiderare la scelta. Non necessariamente perché la prima fosse sbagliata, ma perché lavorando giorno dopo giorno sono emerse esigenze differenti, anche rispetto alla considerazione "alleniamoci e giochiamo nello stesso campo", valida proprio in campionati dilettantistici, meno tra i professionisti, dove non succede quasi mai, a meno che non ci sia il sintetico e una sola squadra cittadina a utilizzarlo.
GLI INFORTUNI E IL CAMBIO DI SUPERFICIE - Davis lega direttamente il continuo passaggio da un terreno all’altro ai sei giocatori che il Messina avrebbe attualmente indisponibili. Torrisi, dopo il 5-1 contro la Gymnica Scordia, aveva formulato una valutazione simile parlando di infiammazioni ai tendini, fastidi agli adduttori e problematiche che lo staff mette in relazione anche con il continuo cambio di superficie. Naturalmente sarebbe improprio stabilire automaticamente che ogni infortunio abbia una sola causa. Ma il dato rilevante è un altro: lo staff tecnico e sanitario considera la continuità della superficie un fattore importante nella gestione fisica della rosa. E se chi quotidianamente programma e controlla i carichi di lavoro segnala questo problema, la società ha inevitabilmente il dovere di tenerne conto. 
DUE LOGICHE CHE POSSONO CONVIVERE - Da una parte c’è dunque il Comune, che deve amministrare un bene pubblico, garantire accesso alle associazioni, applicare criteri trasparenti, organizzare turnazioni e rispettare regolamenti. Dall’altra c’è una proprietà che ha costruito una squadra di Eccellenza con un’organizzazione da categoria superiore e che chiede di poterla far lavorare nelle condizioni ritenute necessarie per vincere il campionato. Sono due logiche comprensibili. E non sono necessariamente incompatibili. Il punto di equilibrio dovrebbe essere cercato proprio nella differenza tra le varie esigenze. Perché una squadra che svolge sedute di almeno due ore e mezza, almeno una doppia settimanale, che dispone di calciatori impegnati a tempo pieno e che ha bisogno di magazzino, palestra, spazi per lo staff e continuità di superficie difficilmente può essere inserita dentro una normale turnazione senza qualche adattamento. Questo non deve sottrarre diritti agli altri. Deve semplicemente portare a costruire un modello che faccia convivere la prima squadra della città con il resto del movimento sportivo. 
DAVIS HA ALZATO IL LIVELLO DEL CONFRONTO - Finora il problema era stato soprattutto raccontato dall’area sportiva. Pellegrino aveva spiegato le difficoltà. Torrisi aveva usato parole durissime parlando di una situazione logistica “indegna” e della necessità di tutelare una proprietà che sta investendo cifre importanti. Adesso parla Davis. E quando un presidente arriva a scrivere che, se non potrà mantenere la promessa fatta alla città, potrebbe “salutare e ringraziare tutti”, la questione smette inevitabilmente di essere una disputa sugli orari di allenamento. Diventa una questione di rapporti tra la proprietà del Messina e la città che quella proprietà ha scelto per investire. La lettera contiene certamente un avvertimento, ma Davis la definisce anche un “appello costruttivo”. È da quella parola che bisognerebbe ripartire. 
 NON SERVE UN VINCITORE, SERVE UNA SOLUZIONE - Non serve stabilire pubblicamente chi abbia ragione tra Justin Davis e Palazzo Zanca.
Serve evitare che una questione organizzativa diventi una frattura politica e societaria. Il Comune negli ultimi mesi ha compiuto un passo importante: ha restituito il Celeste alla città, ne ha ottenuto l’agibilità, ancora non avallata da tutte le autorità competenti, per 4.900 spettatori, ha approvato nuove tariffe e finalmente ha disciplinato in maniera organica l’utilizzo dei due principali stadi cittadini. Il Messina, dall’altra parte, ha investito per costruire una squadra che deve vincere il campionato e che pretende di lavorare secondo criteri diversi da quelli tradizionali dell’Eccellenza. Il passaggio successivo dovrebbe essere mettere insieme queste due cose. Servono probabilmente una convenzione, una programmazione precisa, responsabilità altrettanto precise e la volontà di riconoscere che attività differenti richiedono soluzioni differenti. Perché oggi il Messina è primo in classifica e sul campo sta iniziando a dare le risposte che società e città gli chiedevano. Sarebbe paradossale se il problema più difficile da risolvere diventasse ancora una volta quello che accompagna il calcio messinese da decenni: trovare un posto nel quale poter costruire, ogni giorno, il proprio futuro.

Sezione: Il focus / Data: Lun 05 ottobre 2026 alle 23:48
Autore: Davide Mangiapane / Twitter: @davidemangiapa
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