Musiche di un vecchio malato biancoscudato, S01E01

Un viaggio tra i ricordi di chi ha iniziato a seguire il Messina a dicembre 1977 ed ancora non si è stancato. To be continued....
29.04.2020 10:11 di Davide Mangiapane Twitter:    Vedi letture
Renzo Gobbo
Renzo Gobbo

“Mangia, metti in fila le dieci partite del Messina più importanti per te”. Cosa dovrebbe rispondere un 53enne (quasi 54) con 42 anni (quasi 43) di campionati sul groppone? Sarebbe più facile elencare i piatti più saporiti o le macchine preferite, per non dire altro, e, quindi, ho ottenuto una dispensa particolare e potrò dividere la rievocazione, forzata causa quarantena, di questa malattia, omettendo le virgolette, di cui sono affetto dal 4 dicembre 1977, data in cui due miei cugini più grandi mi portarono al “Celeste”, allora situato sulle sponde del torrente Gazzi scoperto, entrando, come era d’uso ai tempi, gratis, in quanto accompagnato da almeno un maggiorenne, in quel caso l’amico di uno dei miei parenti.

L’ingresso della tribuna coperta conduceva ad uno spiazzo libero prima di arrivare agli spalti, costruiti in parte sulla struttura di tubi Innoccenti, riportando la corretta pronuncia messinese, ed in parte in cemento più o meno armato. La partita era Messina-Terranova Gela e i giallorossi scendevano sul campo in terra battuta, per la prima e unica volta, a mia memoria, in quell’anno l’erba non c’era, con la seguente formazione: Gazzola, Maglio, Marinelli, Caiumi, Onor, Jovenitti, Sartori, Buttò, Campagna, Rando, Cau. Il risultato fu 0-0, il torneo era quello di serie D, la classifica finale vide il Messina terminare al sesto posto, ottenendo però, per meriti sportivi, insieme al Cosenza giunto quinto, un posto nella neonata C2.

Una promozione che non scaldò gli animi, ma comunque, feci in tempo a vedere giocare Guido Onor ed Ezio Musa, allora veri e propri idoli della tifoseria, pur essendo due tipi completamenti diversi di calciatori, dentro e fuori dal campo: il primo difensore granitico ma corretto, il secondo estro e sregolatezza, per usare un eufemismo. Altra licenza poetica che prendo in quanto vecchietto del gruppo di messinanelpallone: aggiungo una colonna sonora più o meno corrispondente al periodo rievocato. Per questa prima partita sarà Figli delle stelle di Alan Sorrenti, discomusic e pantaloni a zampa di elefante.

Passa poco più di un anno, il Messina si barcamena nella nuova categoria e, il 30 dicembre 1978, incontra il Sesso Rende, rivelazione del campionato con un caffè come sponsor incorporato nel nome e destinata a conquistare la promozione. Quel giorno i biancorossi vanno sul doppio vantaggio, ma devono fare i conti con la rimonta firmata da Peppe Cau su rigore e da Cinquegrana con una botta terrificante che si infilò nel sette facendomi fare la prima esultanza sfegatata da tifoso della mia carriera. Come celebrare questo evento? Ma con “We are the champion”, proprio quell’anno pubblicata dai Queen . Un po’ sproporzionata per un semplice pareggio in C2, ma, si sa, noi messinesi siamo vanagloriosi.

Seguirono anni piuttosto anonimi, in cui società formate da messinesi volenterosi ma poco dotati di pecunia allestivano squadre con qualche vecchia gloria di categoria che, sistematicamente, si salvavano all’ultima giornata, per poi ritrovarsi in rosa giocatori appartenuti a squadre generose nei nostri confronti nell’ultimo turno del campionato precedente.

Dal 1979 al 1982, senza includerli nella magica decina, restano nella memoria di chi vi scrive una amarissima sconfitta in casa contro la Nuova Igea ad ottobre 1979 (gol del biondo Crisafulli e rigore sbagliato per l’esordiente biancoscudato Zagatti, nipote dell’allora bomber Tivelli, sottoposto agli insulti dei tifosi durante una trasmissione serale di Rtp in quello stesso giorno) e l’unico gol di Jovenitti, classico operaio del pallone, in un 4-0 con il Savoia a fine torneo nel maggio del 1980. Anni deprimenti, comunque con un seguito appassionato e continuo, pronto alla battuta fulminante sugli spalti. Colonna sonora? “Boogie wonderland” degli Earth Wind and Fire. (mi sono giocato il jolly)

Quindi, dopo cinque anni di assidua frequentazione del “Celeste”, senza perdere una partita di campionato, Coppa Italia o amichevole (bellissima quella con il Lanerossi Vicenza dei miracoli di Paolo Rossi, ma anche un Messina-Brasile under 23 niente male), con poche soddisfazioni, ma vivendo una atmosfera che solo il calcio di quel periodo poteva regalare, finalmente arrivò l’anno della prima promozione, stagione 1982-83, allenatore Alfredo Ballarò, una cavalcata basata sulla forza della difesa e il mestiere di alcuni elementi. Il campionato venne vinto, di fatto, in una sfida contro la diretta contendente per la C1, l’Akragas, in un Celeste ribollente di entusiasmo, e, al gol di Iannucci su punizione pennellata dal limite, sollevai la mia compagna di classe aggregata al nostro gruppo scolastico di tifosi in gradinata rischiando di lanciarla direttamente in via Oreto (dopo 37 anni, però, mi vuole ancora bene). La festa per il salto di categoria venne celebrata il 5 giugno con un bel 3-1 sul Frosinone e lì, per la prima volta, mi resi conto di quanto fosse bello gioire in casa per un traguardo conquistato dalla tua squadra. Era il 1983, e Vasco Rossi cantava “Vita Spericolata”

Da lì, potremmo fare tutta una tirata fino al 1986, ma nel frattempo ci fu l’anno di Rovellini, Pedrazzini e del primo Caccia, grasso e discontinuo, il Messina di Alfano con Seghedoni in panchina, una serie C1 in cui stentavamo ad assumere un ruolo di rilievo, intanto lo stadio, il campo, veniva ricostruito ma la società navigava in uno dei soliti periodi di magra e crisi economica, fin quando, dal nulla, o quasi, spunta Turi Massimino e, improvvisamente, con Scoglio in panchina, diventiamo grandi, in tutti i sensi.

Le mie prime trasferte (a Reggio e Cosenza va sempre male, a Siena, l’anno seguente, meglio) si crea quel blocco monolitico tra ambiente, squadra e società cementato dai “bastardi” guidati dal tecnico eoliano, al campo si va tre ore prima dell’inizio, c’è la famosa bottiglia di Messina-Palermo, la lotta all’ultimo sangue con i rosanero e il Catanzaro per la promozione, sfuggita per sfortuna e per qualche partita persa in modo rocambolesco, si inizia a frequentare la curva con più assiduità e si partecipa ai cori, alle coreografie, il tifo diventa sempre più organizzato, la delusione viene trasformata in motivazione ed è bello, quasi a 20 anni, sentirsi parte di qualcosa insieme a tanti altri, diversi da te ma uniti per l’amore verso una maglia e quei colori.

Si capisce che quello sarà l’anno giusto quando, il 20 agosto, per l'esordio in Coppa Italia, a Messina arriva la Roma di Sven Goran Eriksonn e Sormani, con Bruno Conti, Nela, Ancelotti, Giannini tutti campioni visti solo in tv o nelle figurine, gli spalti sono pieni fin dal primo pomeriggio, la gara è in notturna, tra gli spettatori c’è Antonello Venditti, i posti in curva sono numerati per la prima volta, ma siamo molti di più, caldo infernale, ma diventa una bolgia quando Orati, di testa, batte di testa Tancredi, poi resistiamo fino al 90’, e, finalmente, posso prendere in giro i miei cugini romanisti che, qualche anno prima, mi avevano portato all’Olimpico per l’esordio di Falcao in maglia giallorossa.

Tutto quell’anno sensazionale è rimasto nella mente di chi lo visse da tifoso biancoscudato e, per tutte, dopo l’epica vittoria di Benevento (gol di Schillaci e i brividi lungo la schiena a sentire Serie B serie B rimbombare nel ventre del Santa Colomba gremito da tifosi messinesi), vale la partita più inutile ma quella che suggellò l’impresa: 25 maggio 1986, Messina- Cosenza 3-2, i silani con la maglia rossa del Messina perché erano venuti in bianco, “Catalano fa tredici e il Messina vince la lotteria”, Romolo Rossi in mutande che corre sul prato, i caroselli in giro per la città, la mia Fiat Uno tappezzata con i poster di Franco Caccia, baciati da tutti gli occupanti come omaggio al divino in ogni fermata lungo la via La Farina, l'inseguimento alla Golf di Peppe Catalano per poi imbucarci alla festa segretissima della promozione alla "Macina", Schillaci preso in giro dai suoi compagni, "Totò, domani allenamento". Una sola frase: “I just can’t get enough” Depeche Mode versione live 1986

Avevamo fatto una promessa con Carmelo e Peppino, i fratelli con cui andavo sempre al campo in quegli anni: se andiamo in B, facciamo la prima trasferta, ovunque sarà. All’uscita del calendario di quel campionato atteso per 19 anni dalla città, ecco Lazio-Messina, con i biancoazzurri penalizzati di 9 punti e pieni zeppi di campioni. “Vabbè, ci facciamo una passeggiata”… Arriviamo all’Olimpico con i miei cugini romanisti alle 12 all’apertura dei cancelli e lì ci riconosciamo subito con gli altri messinesi, perché eravamo gli unici presenti a quell’ora, viste le nostre abitudini. Passiamo sotto la Nord, popolata da brutti ceffi, che nemmeno ci calcolano, entriamo in tribuna Tevere non numerata, i laziali manco sanno che colori avevamo, però, poi, entriamo in campo, soffriamo, ma lo scetticismo e la derisione degli spettatori vicini a noi scemano col passare dei minuti, Mandelli becca un palo e lì scoprono che non eravamo dei tranquilli sportivi mascherati dall’accento romano dei nostri accompagnatori. Bosaglia sembra Zoff, Mossini un motorino, Venditelli viene ribattezzato “Garincha” da un laziale, poi Schillaci prende palla proprio in linea con la nostra posizione, attraversa tutto il campo verso di noi, gli avversari lo considerano inoffensivo, appoggio a Mancuso dopo l’ennesimo dribbling, tocco di piatto di prima del terzino in corridoio per l’inserimento di Renzo Gobbo, che controlla e spara una fucilata di sinistro alle spalle di Terraneo. Minuto 80, io prendo il braccio del mio amico Carmelo seduto alla mia sinistra e lo stritolo per non esultare, i miei cugini sorridono sotto i baffi che non hanno, un signore uguale a Ferribot (Tiberio Murgia ) urla, con una radio a transistor all’orecchio: “ e va ghiavammu nto ….. cu quattru picciriddi”. Usciamo dall’Olimpico con nonchalance, quella sera seguimmo tutta la trasmissione di Plastino, laziale di ferro, su una tv romana, durante il viaggio di ritorno in treno, la mattina dopo, abbiamo l’atteggiamento di chi si sente padrone del mondo.

Sarà un anno magnifico e tremendo, con la trasferta di Bologna a novembre fatta insieme ai Fedelissimi e, soprattutto, l’ultima, per me, di Modena, quando il sogno di tutti era quello di andare in serie A a giocarcela con Zico, Platini, Maradona, nel campionato che davvero era il più bello del mondo. L’esodo in Emilia, i treni giallo e rosso, le teglie di pesce stocco a ghiotta che giravano nei corridoi con gli scompartimenti pieni di famiglie, il Braglia completamente giallorosso, noi come i descamiciados argentini a fare tifo sotto un sole a picco nell’umidità soffocante della Pianura Padana.

Era il 10 maggio 1987, i nostri sembravano immobili, il Modena stava a guardare, Longhi porta in vantaggio gli emiliani, il centravanti gialloblù Frutti si divora un gol fatto, dai che ce la facciamo, ma il tempo passa e, alla fine, in mischia, arriva il gol di Renzo Gobbo, esultanza sfrenata, ma lì capii che non ce l’avremmo fatta ad andare in serie A, i miei eroi mi avevano tradito. Fu l’ultima mia partita con la passione che offusca gli occhi e il cuore aperto ai sogni, quella che mi “sverginò” come tifoso. Da allora, ho continuato a seguire il Messina, ma quello spirito, quei momenti, non li vivrò mai più, come il primo amore. Poco più di due settimane dopo, eravamo al Flaminio a vedere gli U2, quel 27 maggio 1987 del “Terremoto a Roma”