La celebrazione politica cittadina per la riconferma di Federico Basile in qualità di sindaco coincide, almeno sul piano sportivo, con uno dei momenti più amari della storia recente della città. Da una parte il festeggiamento politico, dall’altra una ferita ancora aperta: la retrocessione in Eccellenza del Messina, mai così in basso nel proprio percorso calcistico. Una caduta che finisce inevitabilmente per diventare simbolica e che riporta al centro una riflessione più ampia sullo stato dello sport messinese.
Da anni si commette un equivoco di fondo: considerare lo sport qualcosa di accessorio, un semplice passatempo, un riempitivo da tempo libero. L’oppio dei popoli. E invece non è così. Affezionarsi a una squadra, riconoscersi in quei colori, sentirli parte della propria identità non è retorica né provincialismo. È appartenenza autentica. È uno dei modi più forti con cui una comunità si riconosce e si racconta.
Lo sport viene spesso liquidato come semplice intrattenimento di massa, ma il tifo è molto di più. È il riflesso diretto della città che si vive ogni giorno. Dentro ci sono le abitudini, le tradizioni, i luoghi simbolo, le domeniche condivise, la voglia di sentirsi rappresentati. Sostenere la squadra della propria città non significa assistere passivamente a uno spettacolo: significa partecipare, esserci, sentirsi parte di qualcosa.
Negli ultimi anni Messina ha imparato a ospitare grandi eventi, manifestazioni e appuntamenti capaci di portare visibilità e movimento. Ed è giusto che sia così. Ma gli eventi, per loro natura, restano episodi. Momenti intensi che si consumano in pochi giorni. Un movimento sportivo vero, invece, si costruisce nel tempo, nella continuità, nei risultati, nella capacità di creare legami profondi tra squadre e territorio.
Chi oggi ha quarant’anni o poco più ricorda bene un’altra Messina. Una città che magari aveva meno eventi e meno vetrine, ma respirava sport vero in tante discipline. Il calcio capace di scalare categorie e accendere entusiasmo, la pallacanestro ad alti livelli, gli impianti pieni, il senso di rappresentanza. Non semplici spettatori, ma persone che si sentivano parte integrante di un percorso collettivo.
Oggi, fatte salve alcune rare eccezioni, il movimento sportivo messinese fatica a imporsi ad alti livelli. Le responsabilità sono distribuite. Da una parte il disinteresse di una certa imprenditoria, incapace o poco incline a investire con continuità nello sport cittadino; dall’altra una politica che raramente ha scelto di intervenire in maniera forte, strutturata e strategica.
Eppure le esperienze che hanno funzionato dimostrano che un’altra strada è possibile. Perché le squadre capaci di entrare davvero nella città lasciano qualcosa che va oltre il risultato sportivo. Creano relazioni, entusiasmo, appartenenza. Restano i volti, i soprannomi, le storie, gli occhi dei bambini che si avvicinano a una disciplina e imparano a riconoscere con orgoglio le proprie radici attraverso una squadra sportiva.
È anche da qui che forse dovrebbe ripartire la politica di Messina. Non contrapponendo eventi e sport quotidiano, perché una cosa non esclude l’altra, ma comprendendo finalmente che investire nello sport significa investire nell’identità stessa della città.
Autore: MNP Redazione / Twitter: @menelpallone
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