Il 10 maggio 2026 diventerà il giorno più triste in 125 anni di storia del calcio a Messina, perché segna la retrocessione sul campo della maggiore squadra cittadina nella categoria più bassa mai raggiunta, cioè l’Eccellenza, anche se già in passato era capitato di disputare il torneo di quinto livello nella gerarchia del calcio italiano, ma quando questo rappresentava il CND o la serie D, quindi un campionato interregionale.
Invece, il prossimo anno, la biancoscudata si troverà ad affrontare solo squadre della Sicilia centro-orientale, nel girone B di Eccellenza e non per concessione da parte della FIGC, ma per il risultato delle 38 giornate di stagione regolare, più l’appendice del playout.
Quanto avvenuto ieri all’”Aldo Campo” è una macchia indelebile che sporca il cosiddetto blasone di una realtà prestigiosa in anni ormai lontani, in ambito almeno del Sud Italia, sia in B che in C , al netto delle 5 annate in massima serie, vissute in epoche distanti ormai ere geologiche.
La realtà dice questo e, francamente, dopo 20 anni a rimbalzare tra serie D e scarsa C, prima o poi il tracollo stava nell’ordine delle cose, in assenza di una vera sterzata. Il rammarico enorme deriva dall’avere buttato alle ortiche l’ottimo bottino ottenuto nel girone di andata, recuperando il -14 iniziale, prendendo delle scelte arroganti, presuntuose e con motivazioni pretestuose invece di mettere un uomo di calcio esperto della categoria con funzioni di rappresentanza della proprietà e condurre la campagna di rafforzamento invernale in sintonia con ds e allenatore.
Invece, la convinzione di poter ottenere la salvezza seguendo un canovaccio iper aziendalista suggerito da elementi che gravitano attorno alla società, senza avere un ruolo ben specifico e, quindi, responsabilità. Da qui, la scelta di affidare a Parisi la prima squadra, perdendo il determinante mese di gennaio con acquisti e cessioni governate da Pagniello ed Evangelisti, a sua volta arrivato a Messina per intercessione di Giovanni Tateo. Una matassa intricata in cui si sono persi i pochi punti di forza costruiti, un po’ per caso e un po’ per pragmatismo da Martello e Romano, sulla forza del gruppo e un certo senso di appartenenza, per andare ad affrontare il girone di ritorno affidandosi a calciatori non adatti al contesto, costretti a convivere, al di là della buona educazione e delle apparenze, senza essere adatti a battagliare in campo nelle fasi decisive del torneo.
La scelta di ingaggiare Feola, poi, non ha consentito di ovviare all’assenza di leader “di campo”, esistente anche nella rosa iniziale, con l’esperienza e la malizia di un vecchio filibustiere della panchina, ma, invece, ha creato alibi inconsapevoli a squadra e tecnico, finendo per toppare le gare determinanti.
Quindi, la salvezza diretta, apparsa probabile alla 17^ giornata, diventava un miraggio dopo le 4 sconfitte interne consecutive inframezzate da una serie di pareggi in trasferta pieni di rimpianti perché spesso con vantaggi sfumati nel finale o per episodi non portati dalla propria parte.
Alla fine, la sfortuna che ha costretto il Messina allo 0-0 contro il Ragusa nel playout fa parte del calcio, così come pagare le occasioni sprecate di chiudere la pratica prima, senza essere costretti a giocare questa sfida decisiva in trasferta, con solo la vittoria a disposizione.
Una combinazione tra errori, scelte sbagliate e chance buttate alle ortiche ha portato a questa retrocessione, che, adesso, mette il duo Davis-Pagniello di fronte alla necessità assoluta di scoprire, immediatamente, le loro carte dando un aspetto concreto e vincente al progetto sportivo legato all’Acr Messina, iniziato a dicembre 2025 e ora caduto in un baratro profondo. Affidarsi ai post sui social o sperare di ammortizzare i danni con qualche dichiarazione ad effetto non serve più a nulla.
Per avere un minimo di credibilità occorre fare quello che, fino ad oggi, non è stato posto in atto, cioè creare una struttura organizzativa e dirigenziale essenziale, basata su uomini di calcio adatti alla categoria e vincenti.
Basta scommesse, figli d’arte, vecchie glorie riciclate, figurine, geni del marketing, influencer o cacciatori di follower, banner di academy nei cinque continenti, magliette celebrative, pullman parcheggiati o serate di gala invitando legends di ogni genere o specie, magari pietendo attenzione da chi non ha nessuna intenzione di tornare a fare calcio, oppure vantando di non volere soci, ma solo eventuali partnership sotto forma di sponsorizzazioni. La luna di miele, se mai incominciata è già finita, adesso è l’ora di rimboccarsi le maniche, mettersi la tuta da lavoro e ricostruire dopo avere sgomberato le macerie.
A fine gara, le immagini dei calciatori smarriti, alcuni piangenti, altri intimoriti, mentre l’allenatore vagava senza nessun conforto da parte di quelli che avrebbero dovuto essere i suoi uomini, uniti alle mancate dichiarazioni di Davis o Pagniello, presenti a Ragusa e vicini alla squadra nelle ultime settimane in modo alternato o insieme, hanno confermato che la vittoria ha cento padri e la sconfitta è sempre orfana, così come le dichiarazioni di “gruppo compatto” e “ambiente sano” non sempre corrispondono alla realtà, e, soprattutto, anche se reali, non sono automaticamente garanzia di successo.
Al di là di tutte le considerazioni, resta l’enorme tristezza di cui è permeata questa giornata soprattutto per chi, ancora una volta, è stato presente, malgrado i divieti, sostenendo sempre la maglia, senza nemmeno un accenno di disordine dopo l’amarissimo finale.
Sicuramente loro non meritano questo risultato, ma hanno dato testimonianza di maturità e attaccamento veramente encomiabili. Dare valutazioni su questa gara sembra davvero inutile, perché fare un piano gara in cui punti tutto sugli ultimi 15’ del tempo regolamentare, sarebbe stato geniale se solo l’assistente numero 2 avesse staccato momentaneamente il var montato nel suo cervello al momento del gol di Bosia, oppure se il portiere del Ragusa non avesse toccato con la punta dei guantoni la punizione di Saverino o se, infine, il pallone toccato da Roseti fosse passato al 120’.
I se i ma non contano, come diceva il professore Scoglio e, quindi, tutti dietro la lavagna, con i voti abbiamo finito, almeno per adesso e chissà per quanto tempo ancora.
Nonostante tutto, forza Messina.
Autore: Davide Mangiapane / Twitter: @davidemangiapa
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