Ultras: il film di Netflix, tra luoghi comuni e ombre del passato

L'esperimento di Francesco Lettieri non convince, soprattutto gli appassionati e mostra una visione eccessivamente parziale. Suggestiva la cartolina di Napoli. CONTIENE SPOILER
22.03.2020 15:47 di Giovanni Sofia   Vedi letture
© foto di Alessandro Garofalo/Image Sport
Ultras: il film di Netflix, tra luoghi comuni e ombre del passato

Ci sono i cori e i pugni. La logica del gruppo e la difficoltà di venir fuori da certe dinamiche. Tutto qui, però. Il film Ultras, esordio cinematografico del registra Francesco Lettieri - mano invisibile, nascosta dietro i video di Liberato e Calcutta - e in questi giorni su Netflix, non va oltre, finendo per regalare agli spettatori la solita solfa, di cui francamente siamo tutti un po’ stufi. Il luogo comune dei teppisti, dello stadio quale epicentro di scontro, in cui ogni regola viene di colpo abrogata e ognuno diventa improvvisamente libero di sfogare istinti primordiali.

La pellicola ne ricalca diverse simili viste in passato, non trasmette nulla, invece, a chi ricerca novità. Mancano le introspezioni e le vite parallele, l’accento calcato sulle esistenze di protagonisti che innanzitutto sono uomini. Occorreva non dimenticarlo. Che fanno? Come si guadagnano da vivere? Studiano o vanno all’università? Le risposte ai quesiti sono sfiorate, non soddisfano. Emerge un disagio sociale troppo esteso per essere vero e far breccia in quanti hanno trascorso domeniche di spensieratezza su curve e gradoni. Probabilmente il pubblico a cui il lungometraggio, almeno nelle intenzioni, doveva essere dedicato. Ci sono, è vero, atteggiamenti al limite e negarli sarebbe da ipocriti, ma non rappresentano la verità assoluta.

La realtà racconta di gente che va in trasferta, fa le ore piccole e il giorno dopo si presenta in ufficio o davanti alla commissione per un esame. Ci sono laureati e avvocati, manager e disoccupati, in una commistione unica e impossibile da replicare. Archiviarle quali banali eccezioni sarebbe semplice e non renderebbe pienamente giustizia a contesti in cui spesso si distingue fermento politico, solidarietà e grande umanità. L’aspetto era più raro prima, diventa frequente oggi con il diritto allo studio conquista consolidata e una società in costante evoluzione, nella quale tendono ad affievolirsi i conflitti di classe.

I tifosi dell’Atalanta non sono potuti andare a Valencia: hanno donato in blocco il rimborso dei biglietti all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, sugli scudi per la pandemia di Coronavirus. Oltre quarantamila euro. E’ un esempio, se ne trovano tanti da nord a sud e in Europa, senza distinzioni. Ci si sarebbe aspettato questo, più contraddizioni e non un precipizio in cui la luce in fondo al tunnel ha i connotati del miraggio. Un fratello da emulare, l’epilogo con il morto: Hooligans si riscopre modello scuola richiamato in continuazione, ombra scomoda e difficile da scartare.

Rimangono le cartoline di Napoli, gli scorci del golfo e di una città, doveroso ricordarlo, tra le più belle e veraci del mondo. E ancora un cast discreto a cui, in blocco, va data un’altra chance, mentre le musiche di Liberato non hanno bisogno di presentazioni. Il resto, non ce ne voglia nessuno, è noia.