Il Salone delle Bandiere non è un luogo neutro. Negli ultimi 20 anni, dalla presentazione del “progetto bipolare” targato Franza, passando per i vernissage di proprietà e società diverse, non è stato propriamente un talismano, ma occorre andare oltre la scaramanzia Presentare lì il nuovo corso del Messina significa cercare una legittimazione istituzionale, riaffermare il legame tra la squadra e la città e, soprattutto, provare a riaprire una storia interrotta nel modo peggiore possibile: con la retrocessione in Eccellenza maturata a Ragusa, punto più basso mai raggiunto sul campo dalla principale formazione cittadina.

Era necessario tornare a parlare, metterci la faccia, anche se quella del presidente Justin Davis, in collegamento dall’Australia, non si è vista solo per un problema tecnico, le sue parole sono risuonate chiare nel principale salone di rappresentanza del Comune. Era indispensabile spiegare almeno quale direzione si intenda prendere dopo due mesi di silenzio, delusione e interrogativi. La conferenza di ieri ha assolto questa prima funzione: il Messina ha presentato il direttore sportivo Maurizio Pellegrino e l’allenatore Alfio Torrisi, ha dichiarato apertamente di volere vincere e ha provato a ricomporre i primi pezzi di un rapporto con la piazza inevitabilmente raffreddato, se non compromesso.

Non è poco. Ma non può essere ancora abbastanza.

IL SILENZIO E I FATTI - Davis ha chiesto scusa per il lungo silenzio, spiegando che il suo modo di comunicare passa attraverso i fatti. L’affermazione è condivisibile, ma contiene anche il primo, inevitabile banco di prova del nuovo inizio: da questo momento ogni annuncio dovrà trovare una traduzione concreta, verificabile e possibilmente rapida.

Morris Pagniello ha riconosciuto le responsabilità della proprietà per quanto accaduto nella scorsa stagione e ammesso che sarebbe stato utile avere prima al fianco figure capaci di conoscere il territorio, l’ambiente e il campionato. È un’ammissione tardiva ma importante, perché individua uno degli errori più evidenti del primo anno del Racing City Group: avere provato a gestire una situazione complicatissima senza una struttura sportiva sufficientemente presente, competente e radicata nel calcio italiano, in serie D.

Non si può cambiare il passato, come ha ricordato Maurizio Mantineo. Ma il passato deve almeno servire a non commettere due volte gli stessi errori.

“MESSINA NON HA CATEGORIA” - E’ stata la frase più ripetuta, una dichiarazione suggestiva, emotivamente efficace e persino corretta quando si guarda alla storia, al seguito e alla dimensione della città. Ma, dal punto di vista sportivo, deve essere maneggiata con attenzione.

Messina, purtroppo, oggi una categoria ce l’ha. In attesa di conoscere l’esito definitivo della domanda di ripescaggio, tra voci che si rincorrono e improbabili “salvataggi” dell’ultima ora in altre piazze su tutto il territorio nazionale, l’Acr è in Eccellenza. Un torneo regionale con regole, obblighi sugli under, campi, avversari e difficoltà ben precise. Pensare che bastino il nome, il blasone o una rosa superiore per attraversarlo senza sofferenze sarebbe un errore imperdonabile. Alfio Torrisi sembra averlo compreso. Ha parlato di fame, umiltà, cattiveria agonistica e di avversari che contro il Messina moltiplicheranno energie e motivazioni. Non ha promesso bel gioco fine a sé stesso, ma una squadra costruita per arrivare davanti alle altre, anche “di corto muso”. Dopo anni in cui a Messina si sono spesso inseguiti progetti astratti, moduli teorici e formule comunicative sempre nuove, il pragmatismo non rappresenta un difetto. L’obiettivo dichiarato dal tecnico è riportare il Messina tra i professionisti entro i tre anni del suo contratto. Qualora si partisse dall’Eccellenza, il primo passaggio non potrebbe che essere immediato: vincere il campionato. Torrisi non si è nascosto e ha accettato una responsabilità enorme, chiarendo che questa piazza non si subisce, ma si sceglie. Adesso dovrà costruire una squadra capace di sopportarne il peso.

PELLEGRINO E LA CREDIBILITÀ DA RICOSTRUIRE - Maurizio Pellegrino ha utilizzato la parola più importante dell’intera conferenza: credibilità. Il Messina deve tornare credibile calcisticamente. Un concetto semplice, ma alieno rispetto a una realtà calcistica gestita, da almeno un ventennio, rincorrendo progetti roboanti e vanagloriosi richiami al passato. Prima ancora di pensare alla Serie D, all’Eccellenza, al professionismo o a qualsiasi progetto pluriennale, deve recuperare la capacità di risultare affidabile agli occhi dei calciatori, degli operatori, dei tifosi e della stessa città. Il direttore sportivo ha detto di avere già bloccato dodici calciatori e quattro under, costruendo una base ritenuta competitiva per entrambe le categorie. Ha anche scelto correttamente di non fare nomi prima delle firme. Nel calcio di luglio, e soprattutto nel calcio messinese, le squadre virtuali hanno spesso vinto campionati che quelle reali non sono riuscite neppure a iniziare dignitosamente. La Gazzetta del Sud accosta al Messina quattro attaccanti di grande richiamo per il livello dilettantistico: Manuel Sarao, Oliver Kragl, Tommaso Bonanno e Pablo Aguilera. Operazioni che, qualora fossero concluse, delineerebbero un reparto quasi fuori categoria in Eccellenza e molto competitivo anche in Serie D. Ma tra un accordo impostato, un calciatore “bloccato” e un contratto firmato esiste ancora una distanza che Pellegrino, con prudenza, ha evitato di nascondere. La scelta è giusta: prima le firme, poi gli annunci. La credibilità comincia anche da qui.

STESSO BUDGET, MA NON BASTA SPENDERE - Pagniello ha assicurato che programma e budget non cambieranno in base alla categoria. È un’affermazione forte: significa che la proprietà non intende utilizzare l’eventuale Eccellenza per ridimensionare ulteriormente il progetto, ma vuole costruire comunque una squadra destinata a vincere. È un segnale positivo, a condizione che il budget sia reale, sostenibile e accompagnato da una struttura adeguata. Spendere più degli altri non garantisce automaticamente il primo posto. Servono conoscenza della categoria, organizzazione quotidiana, preparazione atletica, assistenza sanitaria, impianti, logistica, puntualità nei pagamenti e una società presente nei momenti difficili. Lo scorso campionato ha dimostrato che non basta aggiungere giocatori o cambiare allenatore per correggere un progetto nato male. Il Messina deve costruire una macchina capace di funzionare per dieci mesi, ponendo le basi per un futuro ancora più luminoso, non una formazione buona soltanto sulla carta a fine luglio. La presenza di Pellegrino e Torrisi rappresenta un primo cambiamento di metodo molto importante e incoraggiante. Entrambi sanno che a Messina non sarà consentito nascondersi dietro l’incertezza della categoria. Si può programmare una rosa adattabile a Serie D ed Eccellenza; non si può programmare l’attesa.

IL CELESTE TRA SIMBOLO E REALTÀ - La possibilità di tornare al “Giovanni Celeste” ha aggiunto alla conferenza una componente emotiva fortissima. Torrisi lo ha indicato come un potenziale vantaggio, mentre il sindaco Federico Basile ha auspicato la riapertura del grande fascicolo del calcio cittadino passando proprio dal Celeste e dal “Franco Scoglio”.

Ma anche in questo caso bisogna distinguere la prospettiva dalla certezza.

L’assessore Massimo Finocchiaro, anche se quello competente allo Sport Vadalà non era presente, ha parlato di percorsi amministrativi, collaudi, autorizzazioni, confronti con la Questura  e le altre società sportive per stabilire capienza, prescrizioni e modalità di utilizzo. Il Messina ha indicato il “Franco Scoglio” nella documentazione relativa all’iscrizione e al ripescaggio; il ritorno al Celeste è una volontà, non ancora una decisione definitivamente attuabile. Il vecchio “catino” potrebbe aiutare a ricostruire calore, identità e senso di appartenenza, soprattutto in un campionato in cui il pubblico dovrà sentirsi addosso al campo e alla squadra. Ma non serve alimentare altre aspettative premature. Prima devono arrivare collaudo, autorizzazioni e condizioni di sicurezza. Poi si potrà parlare davvero di ritorno a casa. Anche il “Franco Scoglio”, come ha ricordato Finocchiaro, non può essere abbandonato e, con questa ottica, saranno realizzati il ripristino del manto erboso dopo i concerti e altri lavori di manutenzione prima e durante la prossima stagione. I due impianti dovranno convivere e trovare una funzione chiara, senza che l’uno diventi l’alibi per trascurare l’altro. Tra l’altro, esiste anche un’altra squadra cittadina in Eccellenza, che probabilmente vorrà usufruire almeno dell’impianto di via Oreto.

UNA RIPARTENZA, NON UN’ASSOLUZIONE La conferenza di ieri non cancella Ragusa, non restituisce la categoria perduta e non risolve automaticamente le incognite che circondano il Messina. Ha però segnato un primo momento di discontinuità rispetto ai mesi precedenti.

La proprietà ha ammesso le proprie responsabilità. Ha presentato un direttore sportivo e un allenatore con obiettivi espliciti. Ha dichiarato di non voler ridurre budget e ambizioni. Ha promesso una presenza più strutturata sul territorio e annunciato che il presidente sarà a Messina dal primo agosto. La preparazione inizierà il 28 luglio, mentre il ritiro di Cascia è previsto dal 3 agosto, con un triangolare organizzato a Capaci insieme ad Athletic Palermo e Arandina FC giorno 2, impegno preso forse quando la permanenza in Umbria era stata prenotata a luglio. Ci vorrà tempo per costruire un rapporto con la città e i tifosi dopo un periodo così lungo di delusioni e occasioni perdute.

"Messina non ha categoria" può diventare il manifesto della riscossa soltanto a una condizione: non deve trasformarsi nell’ennesima frase utilizzata per ignorare la realtà. Il Messina oggi deve prima conoscere con certezza il campionato al quale parteciperà, poi rispettarlo e infine vincerlo.

Le parole di ieri erano quelle giuste. Adesso inizia la parte più difficile: renderle vere.

Sezione: Il focus / Data: Gio 23 luglio 2026 alle 19:26
Autore: Davide Mangiapane / Twitter: @davidemangiapa
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