Una premessa, doverosa. Siamo tifosi del Messina. Una passione viscerale, sin da piccoli, ci impone di legare gioie e frustrazioni all’andamento di una squadra di calcio, ai risultati che questa sul terreno di gioco è capace di ottenere. Nonostante tribunali, scellerate gestioni e scandali di vario tipo ci abbiano, ultimamente, abituato a spostare l’attenzione verso aspetti differenti, con animo ingenuo e nostalgico, continuiamo a vedere nel campo il giudice sovrano. Quel rettangolo verde, rappresenta l’unico metro di giudizio, a cui diamo credito, per misurare il valore degli interpreti.
Sono passate due stagioni, ma indelebile, nella storia biancoscudata, è la macchia del play-out perso contro la Reggina. Eppure, già quel giorno, tutti sapevano come sarebbe andata a finire. Lo anticipò Lo Monaco in un’intervista, lo avrebbe confermato, qualche mese più tardi una sentenza: noi ripescati, loro retrocessi. Il verdetto, pur positivo, non servì a cancellare l’onta, non rimarginò il bruciore di una ferita destinata a non chiudersi mai. Vinsero la partita, e di fronte alle nostre lacrime, sprizzavano felicità. Legittimo. Niente ipocrisie, avremmo fatto lo stesso. E poco male se ad agosto, su un pezzo di carta, qualcuno avesse scritto che sarebbero dovuti ripartire da una categoria inferiore. A chi volete gliene sia importato. Col petto in fuori, avrebbero sempre potuto affermare di essere sprofondati dopo aver fatto ingoiare agli storici rivali, il rospo più amaro. E’ lo sport, è il senso stesso dell’attaccamento a una maglia. Ma è anche il motivo per cui, dopo un consulto breve, abbiamo deciso di non aderire alla protesta dei gruppi organizzati.
Rispettiamo ogni scelta, specie quella di chi antepone, a tutto, la sua fede, ma non ci sentiamo di condividerla. Ogni anno nel sacco di Babbo Natale o, più realisticamente, nel calciomercato non cerchiamo fronzoli e colpi di fioretto, piuttosto, carattere e grinta, merce rara nel mondo, figuriamoci nel calcio e, a dispetto di tutte le avversità, possiamo dire di essere stati, finalmente, accontentati. Quasi per caso, il mare in tempesta ha scaraventato sulle sponde dello Stretto Lucarelli, artefice principale del miracolo giallorosso. Il capitano livornese, approdato a Messina tra lo scetticismo, ha ricompattato l’ambiente, estrapolando il meglio da ognuno dei suoi uomini, ha trovato nelle difficoltà gli stimoli per risvegliare orgoglio e fierezza, ha ridato dignità ad uno scudo su cui, in troppi continuano a passeggiare, senza prestare il minimo rispetto a storia e blasone.
Il mister non ci ha abbandonato al nostro destino, noi non lo abbandoneremo al suo. Con i fatti si è guadagnato il rispetto e, di fronte al suo accorato appello, lasciare gli spalti vuoti avrebbe significato voltargli le spalle, peraltro, nel momento più delicato dell’anno. In attesa del pagamento degli stipendi e non potendo fare allenamento in impianti degni di questo nome, la squadra si sta esaltando, dimostrando di possedere enormi qualità morali, e ciò, si badi bene, non è né scontato né, tantomeno, dovuto. Gente proveniente dai più disparati lidi, settimanalmente si prodiga per condurre, presso porti sicuri una barca alla deriva e, se anche noi, ultimi, valorosi custodi del nostro vessillo e primi beneficiari delle loro gesta, andassimo via: quale senso assumerebbe un simile sforzo? Verso che direzione sarebbe orientato ogni sacrificio?
E’ il campo l’unico luogo in cui la macchina del fango, costruita da una società assente può essere smontata, il solo scenario in cui la rispettabilità, espropriataci indebitamente, può essere riconquistata, ma diventa necessario creare un asse comune. L’esempio dei pisani è fresco nella memoria. Una compagine martoriata dalla dirigenza, ha trovato nell’abbraccio della città, le forze indispensabili per sconfiggere, uno dopo l’altro, i vari Golia che le si sono posti dinnanzi, commovendo l’Italia intera. Raccogliendo ovunque attestati di stima.
Qui contro il Catanzaro si è fatto di più. Trascorsi quindici minuti i tifosi sono usciti, il Messina no. E’ andato sotto, ha rimontato e, infine, ha vinto una partita di fondamentale importanza. Ha tenuto accese le speranze, ha mantenuto, viva, la fiammella della salvezza. Sembra paradossale, ma ci ha rinfacciato come sia unicamente su quel rettangolo che “si scrive la storia o si muore”.
Insomma, non so quanto durerà, ma alla mia conclusione sono arrivato. Oggi il Messina sono loro, domani speriamo di esserlo anche noi.
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