Il Messina perde 1-0 a Gela e lo fa nel modo più doloroso: incassando il gol nel finale, dopo aver giocato un intero secondo tempo in superiorità numerica e senza riuscire a trasformare quel vantaggio “di contesto” in un vantaggio reale, fatto di occasioni, tiri, pressione organizzata. A decidere è Flores Heatley all’88’, con un sinistro che chiude una gara in cui – dato che fa rumore – il Messina non trova mai la porta.
La fotografia è dura, ma nitida: il Gela resta in dieci a inizio ripresa (doppio giallo a Tuccio), si compatta, abbassa baricentro e paura, e nel momento in cui la partita sembra avviata verso lo 0-0 (o, quantomeno, verso un finale da assalto biancoscudato), piazza la zampata. Un episodio, certo. Ma gli episodi, spesso, arrivano dove c’è lucidità e convinzione: quella che al Messina è mancata.
UNA SUPERIORITÀ NUMERICA “VUOTA” - Dopo l’espulsione, la gara chiedeva al Messina di cambiare ritmo e soprattutto linguaggio: più ampiezza, più uomini tra le linee, più coraggio nei duelli offensivi. Invece si è visto un possesso prevedibile, raramente verticale, con poca presenza in area e pochissima cattiveria nelle ripartenze. I cambi non hanno scosso davvero l’inerzia: il finale porta in dote solo due corner, nessuna vera conclusione, e la sensazione di una squadra che, più che cercare di vincere, temesse di perdere. E infatti ha perso.
Nel gol subito c’è un errore tecnico , ma anche di poca determinazione da parte di tutti, perché sarebbe bastato un urlo dalla panchina o da uno degli elementi più esperti per indurre un passaggio comodo al compagno più vicino, invece del tentativo di dribbling totalmente insensato, ma c’è soprattutto un tema di struttura mentale: la gestione dei momenti. Una squadra che lotta per salvarsi non può permettersi di arrivare all’88’ senza aver costruito almeno un paio di occasioni pulite, specie contro un avversario che ha regalato un tempo intero in inferiorità.
Era la prima gara di Alessandro Parisi (5,5) da allenatore in prima squadra e, purtroppo, non è andata bene sotto tanti punti di vista, malgrado i genuini tentativi di cambiare qualcosa in una squadra che evidenzia i propri limiti, ormai da oltre un mese, anche nelle prestazioni sul campo.Esordio amaro: conferma assetto e uomini, ma la squadra non cambia faccia quando la gara lo richiede. La superiorità numerica resta sterile, e nel finale manca gestione emotiva. La tanto auspicata scossa non è arrivata, l'andamento della gara non è stato differente da altre giocate dal Messina in questo campionato, finite in modo diverso (con un pari o una vittoria) soprattutto per l'atteggiamento di sacrificio collettivo e aiuto costante evidenziato durante le singole partite, perché un girone di andata con quei risultati e partendo da quel livello di difficoltà non può essere solo dovuto alla fortuna. Piuttosto, fare una campagna rafforzamento in ragione di un cambio tattico non gestito con un allenatore individuato è una ingenuità da addebitare interamente alla società, ma questo concetto è di difficile veicolazione e comprensione. Più semplice prendersela con i calciatori o con i singoli protagonisti degli staff tecnici e dirigenziali, quando serve trovare compattezza e assumersi le responsabilità, perché il tempo fugge e sarebbe un delitto imperdonabile non raggiungere la salvezza dopo essere tornati in linea di galleggiamento con tutto un girone di ritorno da affrontare. La retrocessione non è opzione sul tavolo, a meno che non si voglia dare ragione a chi considera questo progetto sportivo un'avventura, basandosi sul pregiudizio che "a Messina non si può fare calcio".
LE PAGELLE -
Giardino 6 – Sul tiro dell’1-0 non ha colpe evidenti, si fa trovare pronto nel primo tempo su una botta insidiosa dalla distanza, segnale importante, perché il portiere under diventa un fattore in una rosa che ha diversi difetti di costruzione e, soprattutto, riparazione.
Clemente 5,5 – Parte con discreta attenzione, poi perde brillantezza. Ammonito, e nella ripresa soffre la gestione degli spazi quando il Gela riparte. (Dal 63’ De Caro 5,5: entra, ma non riesce a incidere né in fase di spinta né nella difesa preventiva).
Trasciani 5,5 – Prova a tenere ordine, ma finisce spesso schiacciato in una partita che chiede leadership nelle letture. L'ammonizione dopo pochi minuti ne condiziona aggressività e tempo di intervento, come in occasione del gol subito, quando non può fronteggiare l'avversario e lo accompagna fino nella propria area. E' l'unico difensore che non ha sostituti, in un reparto che ha grande qualità nei suoi elementi, un problema trascurato in sede di mercato invernale.
Bosia 6 - Ammonito anche lui, vive una gara “a strappi”: qualche chiusura, ma poca personalità nell’alzare la linea quando serviva schiacciare il Gela. (Dal 63’ Orlando 5,5: corretto, ma non incide).
Bonofiglio 5,5 – Schierato da esterno nel 3-4-3, ci mette corsa, ma la qualità nell’ultimo terzo non arriva. Il Messina non crea superiorità dalle corsie: lui è dentro questo limite, oltre ad evidenziare poca attitudine alla marcatura, un problema se si volesse ricorrere alla linea a 4. (Dal 72’ Bombaci 5,5: minuti senza traccia, e in una partita così serviva “rumore” in area).
Garufi 6 – È uno dei pochi a non nascondersi: regge il centro, prova ad accompagnare l’azione, si prende responsabilità. Ma da solo non basta: attorno serve più movimento e più coraggio, soprattutto se si deve proporre gioco e non solo rannicchiarsi attorno alla difesa.
Matese 5,5 – Alterna cose promettenti a pause lunghe. In superiorità numerica avrebbe dovuto guidare ritmo e verticalità: la partita gli scorre addosso. (Dal 72’ Saverino 5,5: entra nel caos, non trova tempi e posizione).
Pedicone 4,5 – Spinta limitata, appoggi disgraziatamente sbagliati e cross rarissimi. Nel secondo tempo, con il Gela basso e in dieci, i quinti devono essere armi: qui sono rimasti accessori. (Dal 72’ Kaprof 5: prova a dare brio e imprevedibilità, ma dimostra poca reattività nel controllo, addirittura improvvisa una rabona nel finale in piena area avversaria, venendo graziato dall'arbitro che assegna un corner, ma sembra un alieno in vacanza, mentre deve essere un'arma impropria in questo campionato)
Zerbo 5 – Parte, dopo un minuto, con una incursione in area gelese che crea aspettative, ma, nel primo tempo, la palla non arriva mai, nel secondo si mimetizza così bene da risultare invisibile, pur con uno schieramento che lo vede, teoricamente, in una zona di campo nella quale dovrebbe determinare.
Tedesco 5,5 – Lavora, si muove, ma non accende mai la giocata che cambia il copione. In partite così serve un gesto tecnico o un’iniziativa che obblighi l’avversario a uscire: non arriva. Ha tre chance per colpire, ma il colpo resta in canna, al netto del tocco di mano del portiere nel secondo tempo, ma lì un attaccante cerca la strategia per segnare, non la motivazione per protestare con il direttore di gara.
Oliviero 5 – Dentro l’azione del gol subito c’è un suo errore di controllo che spalanca la ripartenza decisiva. Davanti non incide: pochi palloni puliti, ma anche poca “cattiveria” nel cercarseli. Preoccupante anche l'assenza di cattiveria nei pressi dell'area avversaria, che lo induce al passaggetto laterale invece del tiro.
IL NODO SOCIETÀ: NON BASTA “FARE MERCATO”, SERVE GOVERNARE - Qui sta il punto più delicato, e forse più urgente: questa stagione non si salva solo con un cambio in panchina o con l’ennesimo innesto. Il Messina ha bisogno di una figura chiara, riconoscibile, responsabile delle scelte. Una persona che si prenda l’impegno di gestire tutte le fasi della vita societaria e soprattutto i rapporti tra squadra e ambiente, interno ed esterno: spogliatoio, staff, comunicazione, tifoseria, istituzioni, città.
Perché oggi la sensazione è quella di un club che subisce gli eventi più di quanto li guidi. E quando sei penultimo, con una classifica aggravata anche dalla penalizzazione (-14) e con margini ridotti, non puoi vivere “a compartimenti stagni”.
Serve un responsabile unico del progetto salvezza: chiamatelo direttore generale operativo, direttore sportivo con pieni poteri, team manager forte, uomo di campo e di scrivania. Ma deve essere uno, e deve contare. Deve rispondere delle scelte fatte (e di quelle future) e deve costruire un filo tra campo e contesto, perché senza quel filo ogni domenica diventa un referendum emotivo.
25 PUNTI IN 14 PARTITE: OBIETTIVO DURO, MA POSSIBILE SOLO CON UNA SVOLTA - La salvezza, oggi, si misura con il cronometro e con la matematica: servono almeno altri 25 punti nelle restanti 14 gare, cioè un passo da circa 1,8 punti a partita. È una quota alta, da squadra che cambia marcia davvero, non da squadra che spera.
E per cambiare marcia servono tre cose semplici, prima ancora che belle: creare occasioni (tirare in porta, finalmente); ridurre gli errori “che aprono il baratro”, mettere ordine e responsabilità sopra, perché il campo non può essere lasciato solo.
Gela-Messina non è solo una sconfitta: è un avviso. E gli avvisi, se ignorati, diventano sentenze.
Autore: Davide Mangiapane / Twitter: @davidemangiapa
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