La scomparsa di Lamberto Sapone, in questi giorni di Pasqua, riporta alla mente degli appassionati di calcio messinesi un periodo in cui l’Acr, nato nel 1947 dalla fusione tra AC Messina e US Giostra, viveva campionati turbolenti tra la fine degli anni 70 e l’inizio del decennio successivo, epoca in cui il pallone era un fenomeno popolare che, nel nostro Paese, si intrecciava anche con la politica e il senso della comunità nelle metropoli come in realtà locali più ristrette come la nostra.
Titolare di una impresa edile, impegno mantenuto anche in questi ultimi anni segnati dalla malattia, Sapone aveva la passione per il Messina, così come tantissimi nostri concittadini in quel momento storico, nel quale il calcio era una valvola di sfogo dopo aver vissuto la crisi energetica e la cosiddetta austerity, conseguenza delle decisioni prese dai paesi arabi nei confronti delle grandi compagnie petrolifere nei primi anni 70, mentre l’Italia veniva scossa dal terrorismo e da tensioni politiche molto forti, con ripercussioni anche nelle piazze.
Il “Celeste” era un campo sportivo, la definizione stadio veniva riservata allora ad impianti di maggiori dimensioni, con la fiumara Gazzi accanto ancora parzialmente libera, una tribuna coperta in modo abbastanza precario, con i settori popolari “lato monte e lato mare” in tubi Innocenti e tavoloni di legno, così come metà della “gradinata” che ospitava le panchine incassate in una recinzione fatta con grate a cui si appoggiavano i tifosi del “parterre”. Una struttura che ancora aveva qualche ricordo della ormai lontana arena approntata per i due campionati di serie A, ma sembrava quasi rispecchiare, nella sua precarietà, la rassegnazione dell’ambiente sportivo abituato a considerare le prime due categorie calcistiche una chimera irraggiungibile, con il campionato cadetto evocato solo da qualche presidente un po’ più spregiudicato a inizio stagione o da Franco Scoglio in una delle sue fugaci apparizioni sulla panchina biancoscudata durante tutti gli anni 70.
Il Messina, dopo essere precipitato in C alla fine del campionato 1967-68, aveva navigato a vista nella terza serie a tre gironi, piena di derby e sfide con altre grandi meridionali per 5 stagioni, fino a retrocedere, per la prima volta nella sua storia, in D.
L’immediato ritorno tra i professionisti non diede una spinta particolarmente forte alla società che non riuscì a strutturarsi meglio e, nel 76-77, il presidente Gulletta decise di avviare una collaborazione con il Varese, allora in massima serie, portando a Messina Rumignani in panchina e, utilizzando un giovanissimo Riccardo Sogliano, appena ritiratosi dai campi di gioco per iniziare la sua carriera dirigenziale, portò diversi calciatori provenienti da società lombarde, ma la squadra retrocedette ancora, malgrado la presenza di calciatori come Favero, all’inizio di una carriera che lo porterà a vestire in massima serie le maglie di Avellino e Juventus, o Tivelli, sempre bomber tranne quell’anno in riva allo Stretto. Proprio quel pessimo risultato portò alla fine della presidenza Gulletta, che venne sostituito, l’anno successivo, per un breve periodo, proprio da Lamberto Sapone, appena entrato all’interno della compagine societaria, accanto ad Angelo Presti, che ricoprì il ruolo di rappresentante legale dell’Acr fino al 1980-81. Anni in cui si disputavano campionati di serie C2, categoria creata a partire dal campionato 78-79 per fare da cuscinetto tra professionisti e dilettanti, con andamento abbastanza mediocre e salvezze ottenute all’ultima giornata grazie a vittorie in trasferta contro squadre demotivate che, poi, trasferivano sistematicamente alcuni calciatori a Messina. In questo clima, con le partite al “Celeste” giocate davanti a una discreta cornice di pubblico, rigorosamente la domenica pomeriggio alle 15, la società era mantenuta in vita da un gruppo di imprenditori, tra i quali, oltre a Presti, vi erano i costruttori Sapone, Travia, Puglisi, con il sostegno dei vari Mondello, Aliotta e Alfano.
Una compagine, in buona parte composta da messinesi, che cercavano di dare una mano al Messina e, dopo diversi tentativi infruttuosi, centrarono la promozione in C1 nella stagione 1982-83, affidando la panchina al reggino Alfredo Ballarò, con una squadra solidissima in cui c’erano i giovanissimi Napoli, Schillaci, Mancuso accanto ai fratelli Mondello, il portiere ex Milan Rigamonti, Colaprete, Bellopede, Venditelli, il trequartista Gianclaudio Iannucci. Messina vinceva un campionato dopo quasi 10 anni, ma soprattutto tornava in terza serie, iniziando un ciclo che poi porterà all’epopea dei “bastardi” di Scoglio e al mantenimento della serie B per 7 campionati fino al 1993. Lamberto Sapone, insieme ai suoi soci, sostenne il presidente Puglisi, ma non continuò l’esperienza in seno all’Acr, che passò nelle mani di Michelangelo Alfano e Turi Massimino. Nella memoria di chi allora c’era, come tifoso o addetto ai lavori, resta una figura di imprenditore sinceramente appassionato di calcio, che mise a rischio parte del suo patrimonio, insieme ad altri colleghi, senza pensare a cosa potesse avere in cambio, o a quella che adesso viene chiamata, spesso a sproposito, “programmazione”.
Nei decenni seguenti, solo in qualche sporadico momento, chi si è avvicinato al Messina lo ha fatto con lo stesso spirito. Per questo motivo, Lamberto Sapone sarà ricordato con rispetto da tanti sportivi e tifosi biancoscudati nati prima del 1970.
Autore: Davide Mangiapane / Twitter: @davidemangiapa
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