Il derby è passato, l’amarezza no. A due giorni di distanza, la partita del San Filippo continua ad occupare la maggior parte dei miei pensieri e, in fondo, non potrebbe essere altrimenti. Etichettare Messina – Catania quale gara dal peso specifico identico alle altre, vuol dire fare un torto alla storia, significa rinnegare il campanile e, mi duole dirlo, alle pendici del vulcano tutto ciò, lo hanno capito meglio che alle nostre latitudini. Ci si potrebbe fermare, è vero, alle parole di Lo Monaco, ma si resterebbe vittime di una lettura superficiale. Dietro le dichiarazioni di facciata, finalizzate, esclusivamente, a fornire alla stampa argomenti di discussione, ci sono i fatti, e proprio da quelli è necessario iniziare l’analisi.
In casa rossoazzurra una settimana di silenzio ha scandito la vigilia del match più importante dell’anno. L’esonero di Pino Rigoli, rappresenta di per sé un fallimento, il pareggio interno contro il Taranto è magro bottino, per chi non ha mai nascosto ambizioni da gigante. Partendo da questi presupposti, è facile intuire quanto potesse incidere sulla loro stagione un’eventuale sconfitta in riva allo Stretto. Poi ci sono i biglietti del settore ospiti, polverizzati in un’ora e mezza e lo striscione esposto, mentre, il pullman, accompagnato dai tifosi, lasciava il capoluogo etneo, virando su Messina.
Poco se raffrontato con il passato, tantissimo guardando a casa nostra. Il cambio societario, ha portato, finalmente, una ventata di aria fresca e, nonostante, sia ancora presto per celebrare i successi del nuovo corso o esprimere giudizi di qualsivoglia misura, con una sfida di tale spessore alle porte, avremmo dovuto e potuto essere maggiormente vicini alla squadra. All’iniziativa #Iocisono, promossa dalla società e, rivelatasi un successo in termini di presenze, non ha fatto seguito alcun percorso di avvicinamento dello zoccolo più duro della tifoseria. Fondamentale, sarebbe stato riaccendere la piazza in un frangente così delicato, testimoniando la ritrovata unione d’intenti. Crescere e tornare a tagliare determinati traguardi potrebbe non essere più utopia, ma è passo da muovere insieme, nel rispetto dei ruoli, remando verso una sola direzione. Intanto i giorni trascorrono, scanditi dalla corsa al tagliando e dall’ansia crescente. La prevendita va a gonfie vele e la gioia più grande è sapere di ritrovare tanta gente in curva. Fidelizzare il pubblico di domani costituisce obiettivo imprescindibile e tali eventi ne rappresentano il migliore trampolino di lancio.
Domenica mattina, invece, è tempo di fare sul serio. La sveglia suona presto ma, per una volta, avrebbe anche potuto tacere. La tensione, logorante, mi ha fatto riposare pochissimo, a conferma di come i derby abbiano la capacità di essere giornate a sé stanti, fuori da ogni logica e schema precostituito. Un paio di birre con gli amici sono un palliativo, ma non certamente antidoto sufficiente, mentre, lo svincolo chiuso, ci costringe ad intraprendere a piedi la lunga scalata verso lo stadio, e anche questo, se vogliamo, è un tuffo nel passato. Sopra le nostre teste un cielo scuro, non promette clemenza. La pioggia ci sorprende quando siamo in coda ai tornelli e ci rimane a fianco per le due ore successive. Valicati i cancelli, lo spettacolo è degno dei tempi che furono: cori, sfottò e striscioni, da una parte all’altra, risuonano forte perché, gli anni passano ma la rivalità resta. L’espulsione di Gil dopo una manciata di minuti è accolta da un boato assordante e mette in discesa la partita. In campo siamo sul pezzo, la squadra ha risposto presente all’appuntamento ed è disposta ad ogni sacrificio pur di vincere. Sugli spalti la confusione genera un po' disorganizzazione ed a risentirne è la compattezza, in termini di sostegno e decibel. Il diluvio, intanto, non accenna a placarsi ma non ci tange più di tanto: il conto si presenterà tra un paio d’ore, adesso, la mente è catalizzata esclusivamente sul prato verde. All’intervallo ci sorregge la convinzione di potercela fare e quando, in avvio di ripresa, l’arbitro indica il dischetto, l’impresa sembra davvero alla portata. Milinkovic spiazza Pisseri, è delirio allo stadio puro, è, purtroppo, felicità immensa ma effimera. L’espulsione di Da Silva costituisce il prologo di un harakiri sportivo che, se non ci fosse stata la Fiorentina di mezzo giovedì, ci avrebbe consegnato, di diritto, il premio di polli della settimana. Al pallone non dato a Foresta gli spettri hanno preso, già, posto al Franco Scoglio, mentre il gol dell’ex, siglato da Pozzebon diventa conseguenza ovvia e crudele. Accusiamo il colpo, il tifo cala e la paura della beffa ci sommerge. Il finale è una scala mobile di emozioni: sbagliano un rigore, Rea vanifica una chance ghiottissima, segna Barisic, Maccarrone, sul gong, manda alto. Non recupereremo più. Al novantesimo sono paralizzato, non avevo mai assistito ad una cosa del genere e mi auguro, per la mia salute, resti un unicum.
L’applauso scrosciante è l’ultima cartolina di un derby folle, ma anche emblema di maturità e riconoscenza: due settimane fa eravamo sulla soglia del baratro, e nessuno ha mollato un centimetro, oggi, abbiamo perso ma un risultato, seppure amaro, non può scalfire la storia, neanche se contro il Catania.
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