Poliziotto per dovere, allenatore per gioco. Almeno fino a qualche tempo fa. Già, perché la vita di Giuseppe Puleo, 35 anni, messinese trapiantato in Lombardia, dallo scorso 20 luglio - giorno in cui ha rassegnato le dimissioni - è improvvisamente sterzata verso il prato verde. Merito equamente diviso tra una grande determinazione e la chiamata della Varesina: “A molti, giù non dirà nulla, qui invece è un’istituzione. Fondata nel 2010, sei anni dopo era in D e punta al professionismo. È un centro di formazione Inter, una struttura con palestra, lavanderia e otto campi da gioco. Una società in cui nulla è lasciato al caso”. Farà il mister dell'under 16 e probabilmente il match analyst della squadra allievi. Per i dettagli, comunque, ci sarà tempo, adesso bisogna solo godersi il momento, come ripete in continuazione ai suoi ragazzi: “A quindici anni dovete solo sognare in grande”. Giuseppe il giorno di Messina-Como era in gradinata a piangere di gioia. Con lui, a stropicciarsi gli occhi, gli amici di sempre e di stadio. Qualche metro più in là, la doppietta di Arturo Di Napoli, la botta di Parisi e la Serie A come un’avventura sconosciuta e bellissima.
Lo racconta oggi e quasi si commuove. “Sono dell’85, l’ultimo anno della leva obbligatoria. Non feci il militare, ma optai per la polizia di Stato. Allora si poteva scegliere e così avrei avuto la possibilità di restare nel corpo e trovare lavoro. Qualche giorno dopo sarei partito per Roma”. Biglietto di sola andata: “Pensa che i giallorossi in A, al San Filippo, non li ho mai visti. E’ il mio unico rimpianto”. Racconti di sopravvivenza ed emigrazione a cui, malgrado gli sforzi, non ci si abitua. Riassunti fugaci di mesi trascorsi con il cuore in gola e l’orecchio alla radio: “Da quel momento comincia il mio giro d’Italia: la Capitale, Cosenza, la Val d’Aosta e Castellanza, alle porte di Varese, dove ormai mi sono stabilito. Anche mia mamma si è trasferita qui”.
Mare, sole e nostalgia si barattano con uno stipendio sicuro e la solidità economica. Il programma fila, finché qualcosa va storto o dritto. La vita, d’altronde, cambia a seconda del punto da cui la guardi: “Durante un torneo con le forze armate mi misi in panchina, quasi per scherzo. Vincemmo e i colleghi mi fecero i complimenti per i consigli tattici e la lettura delle partite”. È la combinazione buona per scardinare il meccanismo: “Succede tutto in fretta. A Legnano, mi presento in un oratorio chiedo di allenare. Per due anni faccio il secondo di un mister anziano, in una formazione di Giovanissimi”. Quando l’altro lascia, la promozione è fisiologica conseguenza: “I ragazzi, intanto sono diventati Allievi, li guido per due stagioni arriviamo terzi entrambe le volte”.
I risultati sono benzina per andare avanti e concentrarsi sul prossimo obiettivo: “Passo alla Sommese, poi all’Arsaghese”. La via ormai è tracciata: “Un pomeriggio ero in servizio all’aeroporto di Malpensa e guardavo il sito della Figc, curioso di sapere quando sarebbe uscito il bando per il patentino di allenatore. Becco, invece, l’avviso in scadenza per il corso di match analyst. È sabato e la deadline fissata per il lunedì successivo mi impedisce di inviare la candidatura tramite le poste”. Addio speranze? “Nemmeno per idea. Prendo mia moglie, monto in macchina e vado dritto a Coverciano". Fanno 350 chilometri per consegnare un foglio e tornare indietro.
l romanticismo si arricchisce di follia: “Candidarsi non significa entrare: siamo mille per 38 posti, io non ho studiato nulla e bisogna superare un test particolarmente difficile”. Di corsie privilegiate nemmeno a parlarne: “Ricordo gli altri con le tute delle squadre più importanti d’Italia. C’era il secondo di Stramaccioni, quello di Longo al Frosinone. Io, invece, avevo una polo rossa e un paio di jeans. L’unico in borghese. Mi presentai, dissi di essere un poliziotto e scoppiarono a ridere. Mi chiesero se fossi lì per arrestarli”. Giuseppe incassa il colpo, fa spallucce, ma non si impressiona. È partito dal profondo sud, zaino in spalla, denti digrignati e grinta da vendere: “Ci fanno vedere Belgio-Polonia Under 21 e ci danno un foglio diviso in tre parti. Domande sulla partita, considerazioni personali, quiz sul calcio. Totalizzo il terzo punteggio assoluto e sono dentro”. L’abito non fa il monaco. Lo pensa e ha ragione.
Qualche mese dopo si laurea con una tesi sulla capacità di essere leader e gli expected gol: “Sono le probabilità di segnare a seconda della posizione da cui tiri. Si calcola che a ogni 30 corrisponda una marcatura”. Accanto alla teoria, il campo non smette di regalare soddisfazioni. Giuseppe nell’ambiente comincia a farsi un nome e la Varesina gli mette occhi e mani addosso.
Il salto di qualità ha una data precisa: “L’anno scorso giocammo contro di loro, perdevamo 2-0 al termine del primo tempo. finì due pari. Su sedici partite, fu l’unica in cui non vinsero”. Il passo falso costa alla Varesina la qualificazione alla fase successiva, per Giuseppe è, invece, il trampolino di lancio. L’occasione di una vita: “Allenerò la squadra a cui ho negato la vittoria del campionato. Sarà strano, ma non vedo l’ora di cominciare”. Coniugare il calcio al lavoro non sarà semplice: “Il tempo non bastava più, ho dovuto scegliere, può sembrare folle, ma io voglio correre il rischio".
L’impressione è di avere davanti un fiume in piena di passione e grinta: “La polizia mi ha dato tantissimo, non lo dimentico e ne sono orgoglioso. Io, tuttavia, ho sempre desiderato un lavoro nel mondo dello sport. Creare un centro tutto mio, magari con una scuola calcio, formare i giovani secondo le competenze e gli studi che ho acquisito”. Sogni, a cui Giuseppe insegna a non smettere di credere
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