Commentare o analizzare una sconfitta pesante come quella subita dal Messina al “Partenio Lombardi” può diventare sfogo o esercizio di stile, ma i segnali che vengono da un 6-0 così umiliante dovrebbero essere oggetto di una riflessione profonda per comprendere in quale modo sia possibile assorbire la disarmante inferiorità dei biancoscudati, ben superiore alla differenza con una squadra costruita per vincere il campionato.
NESSUN INNOCENTE - Un compito che dovrebbe spettare ai vertici societari, al direttore generale, al direttore sportivo, tutte figure evanescenti nell’organigramma dell’Acr Messina edizione 2024-25. E non è soltanto questione di capacità o della mitica “organizzazione” termine usato spesso a sproposito nell’ambiente calcistico peloritano, ma si tratta di personalità, dignità e professionalità, caratteristiche che dovrebbero rappresentare il minimo sindacale in serie C, totalmente assenti in chi ricopre, o dovrebbe farlo, queste mansioni all’interno del Messina. Sentire ripetere, nel prepartita, la favola del “Davide contro Golia” o del “vivere alla giornata”, magari di rimbalzo da dichiarazioni rilasciate a testate di altre città, parlare di progetto basato sulla valorizzazione dei giovani, senza prevedere nessun leader realmente in grado di guidare la squadra in campo e fuori dal rettangolo di gioco, mentre tutto viene tenuto insieme e gestito praticamente solo dall’allenatore e da pochi altri soggetti a lui più vicini, rappresenta la strada più breve per un lento declino, magari addolcito da qualche complimento per il bel gioco o per lo spirito battagliero che, a chi si porta a casa i punti e sta molto più avanti in classifica, non costa proprio nulla.
NESSUN FUTURO - Ma, quello che davvero lascia disarmati è l’assoluta mancanza di prospettive, visto il totale scollamento tra il Messina e la città, incluse quelle migliaia di tifosi sempre vicini, in presenza o tramite tv, media, social, ormai rassegnati a vedere la propria squadra nei bassifondi della classifica. Se a ciò aggiungiamo il clima di odio nei confronti della proprietà da parte non solo dei club organizzati, ecco che diventa davvero arduo parlare di calcio giocato.
LA SCOSSA SOCIETARIA - Servirebbe una scossa, ma non il classico esonero dell’allenatore, tra l’altro nella circostanza troppo legato alla rosa da lui costruita, allevata, plasmata, montata e smontata secondo le sue direttive per poter pensare a un miglioramento in caso di cambio in panchina. Solo un avvicendamento societario, nel più breve tempo possibile, potrebbe dare la decisiva botta di adrenalina, alimentare un minimo di speranza, forse anche moltiplicare le forze del gruppo costruito in estate da Modica e Pavone.
BASTA STRATEGIE - E ciò non suoni come un appello o un invito, ma come un consiglio al presidente Pietro Sciotto, visto che lui è il primo ad avere alimentato, negli ultimi 4 mesi, la possibilità che questo passaggio di quote possa avvenire, ma, soprattutto, ha assicurato, in alcuni comunicati stampa ed anche non in via ufficiale, la presenza di un acquirente in grado di riportare in alto il Messina per forza economica e credibilità. Sarebbe davvero un delitto imperdonabile, quindi, che questa chance sfumi per eccesso di strategie o esitazioni nel concludere il passaggio, perché perdere il treno in questo momento farebbe diventare la gestione Sciotto una delle più disastrose della storia calcistica messinese, mentre un avvicendamento con prospettive di crescita sarebbe un caso unico in positivo e porterebbe grande prestigio al nome ed alla reputazione di chi, nel 2017, fu l’unico a rispondere presente al bando comunale per avere un titolo in serie D.
Quindi, adesso, bisogna giocare a carte scoperte, perché i rapporti sono tanto deteriorati che non è da prendere in considerazione nemmeno lontanamente l’ipotesi di un riavvicinamento tra società, tifosi e città, in caso di mancata cessione. E sarebbe il passo decisivo verso l’ennesimo fallimento calcistico, dando un colpo mortale alle residue speranze di ripresa della passione verso il Messina. Su questo occorrerebbe concentrarsi, partendo dal presupposto che sarebbe deleterio sprecare tutti gli sforzi fin qui fatti per acquisire e mantenere il professionismo.
I PROTAGONISTI DELLA DISFATTA - Non passa, ovviamente, in secondo piano, l’aspetto tecnico della prestazione di una squadra mortificata e presa letteralmente a pallonate dall’Avellino, incontrato sicuramente nel momento di maggiore forma e in stato di grazia, ma la differenza di valori e di categoria è risaltata oltre ogni misura e sembra quasi un voler sparare sulla Croce Rossa sottolineare le prove dei singoli in maglia biancoscudata al “Partenio”.
Krapikas (4,5) ha sulla coscienza il gol che sblocca la contesa, con una uscita improvvida e poi assiste passivamente alla valanga biancoverde, seppure senza avere colpe particolari nelle reti successive. L’intera difesa viene travolta quando l’Avellino alza i ritmi affidandosi a D’Ausilio e Sounas sulle fasce nel primo tempo ed a Tribuzzi e Liotti nella ripresa, ma le incertezze di Ortisi (4) sempre più un pesce fuor d’acqua, non possono essere sottaciute. Salvo (5) non è favorito dall’imbarcata generale che coinvolge anche elementi più esperti come Manetta (5) e Rizzo (5), per non parlare di Ndir (4,5), inserito per l’esperimento della difesa a 3 e naufragato miseramente sotto i colpi degli attaccanti irpini. La sua presenza nel roster, come quella di Cominetti o Di Palma, senza dimenticare l'investimento su Luciani, resta un mistero della strategia di mercato attuata da un ds navigato come Peppino Pavone.
A proposito di Di Palma (4), resta in campo poco più di 20’ nei quali si fa notare solo per il fallaccio da rosso, tramutato in giallo dal clemente signor Sacchi. In una gara così negativa non si può salvare nessun reparto, partendo proprio dal centrocampo dove si vedono uno svogliato Frisenna (4,5), Anzelmo (4,5), troppo leggero per questi cimenti, e Garofalo (4,5), oltremodo timido sul campo di casa propria. In zona si vede, nel secondo tempo, anche Pedicillo (5) nettamente sotto i livelli dimostrati nelle prime 10 uscite stagionali, perso nella confusione generale.
Infine, quello che dovrebbe essere l’attacco, ma, in realtà, tranne qualche sprazzo nel primo tempo, merito di Petrungaro (5,5) unico ad avvicinare la sufficienza, è un reparto totalmente inoffensivo e impalpabile, come la presenza di Luciani (4), tra i peggiori. Dalla panchina si alzano anche Morleo (5,5) almeno ordinato, seppure non impattante, ma peggio di lui fanno il già citato Di Palma, Mamona (5), 20’ di anonimato e Re, non giudicabile anche se tre tocchi sbagliati in modo molto indisponente non depongono a suo favore. Il ragazzo ha fama di essere un fenomeno, ma non si può attenderlo in eterno.
Infine, citazione anche per il mister Giacomo Modica (4,5), improvvido nello schierare l’undicesima formazione iniziale diversa, responsabile dell’atteggiamento troppo passivo dei suoi. Se ne rende conto chiedendo scusa alla fine del match sotto il settore ospiti, ma il lavoro più duro per lui sarà quello che gli toccherà fare da oggi a giovedì, quando allo “Scoglio” arriverà la Cavese e bisognerà badare al sodo, per non precipitare.
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