Doveva essere il giorno in cui il Messina si ritrovava al “Franco Scoglio” per riprendere con la massima concentrazione e determinazione il lavoro in vista del doppio impegno che deve portare alla salvezza, dopo un girone di ritorno, anzi 18 partite, in cui questo gruppo era riuscito a raccogliere 30 punti, piazzandosi al 5° posto nella classifica di questo periodo. Invece, le scorie della mancata salvezza diretta, sfuggita per lo 0-0 colto a Taranto, malgrado la concomitanza di una serie di risultati favorevoli sugli altri campi, si sono trasformate in veleno, portando a una rottura traumatica la cui portata dovrà essere valutata immediatamente da chi ha la responsabilità delle scelte, sia a livello di proprietà, che nelle figure apicali della dirigenza.
Le dimissioni di Ezio Raciti, che oggi è venuto a Messina proprio per comunicare questa decisione alla società ed alla squadra, potrebbero essere viste come un fulmine a ciel sereno, ma solo da chi non vive in prossimità del gruppo squadra o delle varie componenti all’interno della società.
Il presidente Sciotto, in queste ultime settimane, è tornato più vicino alla squadra, partecipando alle sedute di allenamento, facendo sentire la sua voce, a sostegno dei giocatori o per pungolarli, ma, allo stesso tempo, non riuscendo a trattenere la delusione per non avere valorizzato l’ingente impegno finanziario messo per costruire questa squadra in estate e poi rivoluzionarla a gennaio. Il budget della rosa approntata a luglio e agosto era di circa 1.5 milioni di euro solo per gli stipendi, ma l'arrivo di elementi di assoluto rilievo a gennaio ha aumentato in modo significativo la somma messa sul piatto dal patron, orgoglioso degli sforzi compiuti e, proprio per questo, particolarmente sensibile quando gli si contesta eccessiva parsimonia, scarsa attenzione nelle scelte o poca competenza in materia calcistica.
L'orgoglio ha mosso tutta la sua esperienza da presidente del Messina, la media di due punti a gara nelle prime 9 partite della nuova gestione aveva forse fatto pensare alla proprietà di poter raggiungere quel traguardo dei playoff totalmente folle ad inizio 2023, e i rovesci interni contro Cerignola, Monopoli e Foggia, hanno costretto a ritornare con i piedi per terra. Da qui, un generale senso di insoddisfazione mascherato a fatica da Pietro Sciotto, che, più volte, avrebbe contestato, direttamente o parlando con altri elementi dell’organigramma interno all’Acr, il valore delle scelte fatte dal tecnico Raciti, fino ad un intervento telefonico durante l’ultimo match contro il Taranto che non sarebbe stato tollerato dall’allenatore biancoscudato, così come la durissima strigliata fatta a tutto il gruppo dopo il fischio -finale dello “Iacovone”. Replica di una analoga reazione seguita alla sconfitta di Torre del Greco, che aveva stoppato definitivamente l'opzione playoff. Una serie di comportamenti, considerazioni ed eventi che, alla fine, avrebbero rotto il rapporto di fiducia comunque indispensabile, in entrambe le direzioni, quando si parla di presidente e allenatore in una squadra di calcio.
Forse la troppa tensione del momento, esacerbata dal terrore, sparso nell'ambiente più prossimo alla squadra, di un risultato negativo alla fine della stagione, insieme a un clima non proprio tendente all’unità ed alla condivisione delle responsabilità, almeno fuori dal ristretto gruppo squadra, mixato al consueto scetticismo che circonda il Messina da tempo immemorabile, precedente anche all’era Sciotto, hanno portato Ezio Raciti a ritornare nella sua Catania, malgrado il suo gesto possa sembrare eccessivo e fuori sincrono rispetto al momento di preparazione alle due sfide davvero fondamentali in questa stagione. Ha prevalso la sensazione di non avere avuto il minimo riconoscimento morale per lo sforzo compiuto, ma anzi, di essere stato trattato male anche dal punto di vista personale, una mancanza di rispetto non tollerabile oltre, nemmeno di fronte alla possibilità di mettere il sigillo sulla seconda salvezza consecutiva, partendo dal fondo della classifica.
Avevamo chiesto, insieme ad altre testate, di concentrarci tutti solo sulla Gelbison, invitando la società a impegnarsi, immediatamente dopo la fine della partita di Taranto, a mettere in pratica tutte le attenzioni, sistemare i minimi particolari affinché i giocatori in debito di condizione potessero ritrovare forze, convinzione e lucidità per dare il massimo del proprio contributo, come singoli, al collettivo e raggiungere una salvezza, meritata per quanto fatto vedere in queste ultime 18 partite.
Avremmo voluto anche vi fosse un coinvolgimento da parte della città distratta, come primo segnale di una possibile ripartenza nella prossima stagione, verso traguardi più importanti. In poche parole, che vi fosse qualcuno capace di cogliere, nel momento della crisi, una opportunità positiva. Invece, stiamo qui a raccontare l’ennesimo episodio spiazzante rispetto a quella che dovrebbe essere la conduzione normale in una società di calcio, nemmeno di chissà quale prestigio o categoria. Vedremo cosa ci riserveranno le prossime ore, anche perché non è tollerabile pensare di lasciare scorrere tempo o rimandare decisioni in un momento del genere, con la prima sfida di Agropoli fissata, al momento, per il 6 maggio alle ore 15. Quindi, senza alibi, scuse o ricerche di capri espiatori, atteggiamenti tipici dei perdenti, è giunta l’ora che si pensi e agisca con responsabilità, mettendo da parte il proprio ego e pensando solo ed esclusivamente, per una volta, al bene del Messina, rispettando la gente che ci mette passione, risorse, tempo e parte della propria vita. Loro non si meritano tutto questo.
Autore: Davide Mangiapane / Twitter: @davidemangiapa
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